lunedì 5 gennaio 2015

La fotografia di Richard Mosse


«La forza che contraddistingue l’arte risiede nella sua capacità di rendere visibili e formulabili cose che si negano alle possibilità del linguaggio»
Per decenni la guerra moderna si è servita dell’obiettivo dei fotografi. Siamo stati portati a credere che un fotografo possa catturare l’autentica verità di un momento storico senza manipolarlo. L’approccio di Mosse si fonda sul convincimento dell’impossibilità di una documentazione asettica. 
Attraverso una narrazione spettacolare e sconcertante, il fotografo irlandese, premio di fotografia Deutsche Börse nel 2014, ci guida tra la rappresentazione e l’inspiegabilità, giocando costantemente con il naturale e l’artificiale, il visibile e l’invisibile. Nato a Kilkenny (Irlanda) nel 1980, dopo essersi laureato in letteratura inglese presso il King College di Londra nel 2001, Mosse ha studiato belle arti alla Goldsmiths, University of London nel 2005 e conseguito un MFA presso la Yale School of Art nel 2008. 
La costruzione scenica e la bellezza delle immagini di Richard Mosse diventano degli strumenti per amplificare la potenza comunicativa.  Le tragedie che fanno da sfondo ai suoi scatti non sono affrontate direttamente, ma di riflesso, attraverso argute metafore concettuali. 
In "Airside", Mosse studia la tragedia dei disastri aerei, fotografando la simulazione degli stessi.  Attraverso la trasposizione dei velivoli fittizi usati per preparare le squadre di emergenza, monumenti costruiti per rendere concreta la paura e ritualizzarne le reazioni, il fotografo irlandese costruisce scene che giocano sulla dicotomia tra realismo e finzione, per soffermarsi sul lato spettacolare e voyeuristico del disastro. 
Nella serie "Breach", il conflitto in Iraq viene raccontato mediante le immagini dei palazzi imperiali di Saddam Hussein convertiti in alloggi temporanei per l'esercito statunitense. Le fotografie ritraggono i soldati in atteggiamenti di riposo. 
Non vi è alcuna traccia di azioni di guerra. Mosse si sofferma sull’attesa. Una quiete che non annuncia un attacco, un genere di attesa cui non siamo abituati ad associare alla guerra. Tra l’architettura dei palazzi imperiali si fanno largo manubri per fare pesi, bandiere, pareti divisorie, canestri e poster di donne in bikini.  
Nella serie "Nomads", Mosse si concentra sulle auto distrutte lasciate abbandonate sul campo di battaglia, cadaveri scultorei avvolti nelle tempeste di polvere del deserto che evocano l’assenza delle vittime umane. 
Nella serie fotografica "The Enclave", Richard Mosse si sposta nel territorio di guerra tra il governo centrale della Repubblica Democratica del Congo e una serie di milizie locali. Conscio dei limitati poteri di rappresentazione nello spiegare il conflitto, Richard Mosse fa spolvero di una voce viscerale che sublima l’incubo in favola e l’orrore in bellezza. Per scavare la coltre che nasconde agli occhi, utilizza una pellicola sensibile agli infrarossi, la Kodak Aerochrome. Destinata originariamente dall’esercito per identificare bersagli mimetizzati, la pellicola infrared registra uno spettro di luce infrarossa invisibile all'occhio umano, rendendo il paesaggio verde e le uniformi dei soldati in tonalità lavanda e rosa caldo. 
Fotografie che non possono essere viste con freddo distacco, le immagini di Mosse ci avvolgono attraverso i colori e la bellezza, rimanendo impresse nella memoria di chi le guarda. L’estetica diventa il mezzo per recuperare l’etica, per fare parlare di una tragedia invisibile e dimenticata.

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