mercoledì 22 gennaio 2014

La fotografia di Atta Kim

Il lavoro fotografico di Atta Kim è costantemente legato ad una ricerca filosofica esistenziale. Nelle immagini del fotografo coreano  passato e futuro dell'umanità si fondano in un presente, che sottolinea ora l'immutabilità dell'essere, ora la sua caducità.
Nato nel 1956 nell'isola di Geoje, Kim, nonostante sia fortemente attratto dalla fotografia, studia ingegneria meccanica presso l'Università Changwon.
Conseguita la laurea decide di dedicarsi alla fotografia a tempo pieno. Questa decisione causa un forte conflitto con le aspettative del padre. In poco tempo il lavoro di Atta Kim si fa notare nei circuiti artistici, tanto da diventare il primo fotografo del suo Paese  a rappresentare la Corea alla Biennale di San Paolo.
Le immagini di Atta Kim esplorano l'esistenza umana  sia a livello personale, che collettivo. Nella serie The Museum Project, il fotografo coreano dà vita ad un proprio museo, dove  l'uomo diventa oggetto  e reliquia
Il corpo racchiuso dentro un vetro trasparente  diventa un pezzo d'arte  intoccabile, che incarna il conflitto dell'esistenza umana, tra l'essere per sé e l'essere per gli altri, esponendo  la questione di come preserviamo il nostro io, quando ci troviamo costantemente esposti all'immagine che di noi hanno gli altri.
Le immagini ossessionanti della serie  ON-AIR, prendono spunto dl concetto che tutto ciò che esiste è destinato a scomparire. Atta Kim confronta la fine con la natura della fotografia, che tende a registrare e ricordare, preservando la caducità del momento. Il progetto  utilizza esposizioni molto lunghe ( anche di otto ore)  per fare in modo che tutti gli oggetti in movimento all'interno di una scena scompaiono.
 Poi Kim,  sovrapporre digitalmente molte immagini differenti in modo che essi diano vita ad una nuova immagine composita. Immagini che rompono la corporeità delle figure, che  persiste solo nei loro movimenti sfocati. Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa del suo lavoro.
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mercoledì 15 gennaio 2014

Le magiche interazioni di Pentti Sammallahti

Le immagini di Pentti Sammallahti raccontano delle fiabe, dove gli animali agiscono come guide. Ci conducono attraverso un cammino visuale sorprendente e poetico, in costante equilibrio tra l'effimero e l'eterno.
Figura di riferimento nella fotografia contemporanea finlandese, Pentti Sammallahti nasce ad Helsinki nel 1950. A undici anni scatta le prime fotografie e realizza piccole stampe a contatto sotto la guida del padre. Entrato a far parte dell’Helsinki Camera Club nel 1964, Pentti si dedica per diversi anni all'insegnamento presso l’Istituto d’arte di Lahti (fino al 1976) e presso la University of Art and Design. 
Nel 1975 riceve il premio statale finlandese per l’arte fotografica (che gli verrà assegnato anche nel 1979, 1992 e 2009). Nel 1991 lo Stato finlandese gli assegna, inoltre, una sovvenzione della durata di 15 anni. Sammallahti decide, allora, di interrompere l’attività di insegnamento per viaggiare intorno al mondo. Nonostante le differenze radicali dei nuovi paesaggi ritrattati il suo lavoro mantiene la stessa estetica semplice e lo stesso fascino. Nel 2004 viene scelto tra le cento foto della mostra inaugurale della Fondazione Henri Cartier-Bresson, a Parigi.
Le fotografie di Pentti Sammallahti vivono di accostamenti improbabili e magiche interazioni. Sammallahti è un grande artigiano della fotografia. Cura personalmente anche lo sviluppo e la stampa. In costante contrasto con le gigantesche immagini che caratterizzano il mercato d'arte odierno, le piccole foto di Sammallahti ci invitano a riflettere, richiamando il silenzio. 
La comprensione del paesaggio descritto in un'infinita gamma di grigi e la ricerca della bellezza come armonia rappresentano il cuore di un lavoro che acquista intensità e valore, visione dopo visione.
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sabato 4 gennaio 2014

Tractor Boys di Martin Bogren

Alcuni adolescenti della remota regione di Skåne , in Svezia, hanno il rituale di riunirsi in un grande campo deserto di notte per guidare vecchie auto truccate. Tractor Boys, di Martin Bogren, è uno di quei rari libri fotografici che cattura un tempo e un luogo così perfettamente da permetterci di sentirlo come se lo avessimo vissuto. 
I Tractor EPA, sono vecchie auto che sono state convertite all'uso nelle aziende agricole. I ragazzi sfruttando una vecchia legge  hanno il premesso di guidarle dai 15 anni.   Vi sono regole in vigore per limitarne la velocità a 30 chilometri orari, tuttavia, i ragazzi hanno trovato diversi modi  per aggirare queste restrizioni. 
Impostosi all'attenzione nel 1996 con un libro sulla band svedese, The Cardigans, Martin Bogren, pubblica nel 2007, un piccolo e bellissimo libro fotografico intitolato Ocean.  Il libro segue un gruppo di uomini del Rajasthan, che viaggiano in minibus per più di 1000 chilometri dalla loro casa, nell'entroterra, per  fare il bagno in mare per la prima volta. Un racconto delicato e poetico sui legami di amicizia e sulla meraviglia della emozioni. Il suo successivo libro, Lowlands , rappresenta un viaggio interiore verso i luoghi di una infanzia ormai perduta
Con Tractor Boys , Martin Borgen continua a raccontarci la poesia delle piccole cose. Le foto sembrano traspirare la polvere, l'odore di gomma e della  benzina che brucia. Il fotografo svedese sembra  farsi invisibile  nonostante la cinematograficità delle sue catture. 
Senza esprimere giudizi e senza celebrazione, il bianco e nero di Martin Bogren evoca memorie ed emozioni universali  che rimandano  a sogni semi dimenticati dentro noi stessi .
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