venerdì 28 giugno 2013

Joel-Peter Witkin: Maestri della fotografia

"Volevo che lei mie fotografie avessero la stessa forza dell'ultima cosa che una persona vede o ricorda prima di morire"..." Il mio primo ricordo cosciente è stato quando avevo 6 anni.  Era una domenica. Mia madre, io e mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa. Mentre camminavamo lungo il corridoio, sentimmo uno schianto incredibile provenire da fuori l'ingresso del palazzo, insieme ad urla e grida supplicanti aiuto. L'incidente aveva coinvolto tre vetture. Nella confusione, lasciai la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede, vidi qualcosa che rotolava via da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede, davanti a me: era la testa di una bambina. Mi chinai per toccarle il viso, per parlarle, ma prima che potessi sfiorarla qualcuno mi portò via".  

Le immagini di Joel-Peter Witkin causano uno squarcio alle comuni visioni di Bellezza e Ordine.  L'opera  provocatrice di Witkin costruisce brutali visioni apocalittiche che  decantano l'anomalia e la deformità. Il fotografo americano crea un mondo al tempo stesso spaventoso e affascinante. Nato a Brooklyn il 13 Settembre del 1939, figlio gemello di padre ebreo e madre cattolica, Witkin frequenta la Grover ClevelandHigh School. Tra il 1961 e 1964 lavora come fotografo di guerra durante la Guerra del Vietnam.  Successivamente prosegue gli studi alla CooperUnion di New York specializzandosi in scultura. Ottiene  una borsa di studio che gli permette di concludere gli studi con un Master in fotografia e storia dell'arte presso l'Università del New Mexico di Albuquerque. 
L'opera dell'artista americano è un'esaltazione della diversità: dalle deformità fisiche, congenite o acquisite, alle devianze psicologiche e sessuali. La ricerca di una bellezza nell'orrore, la  costante ossessione della morte, i continui rimandi alla simbologia cristiana  e  alla vulnerabilità corporea  costituiscono la base concettuale di opere  che si confrontano costantemente con alcuni autori della storia dell'arte, tra i quali Bosch, Goya, Velasquez, Miro, Botticelli e Picasso
Utilizzando immagini e simboli del passato, Witkin  costruisce quadri che trascendono l'aspetto macabro e morboso. Vita e morte, attrazione e repulsione, erotismo e disgusto si alternano. Parti di oggetti e parti di corpi umani entrano nelle composizioni in modo dissacrante e scandalosamente normale. 
Ogni immagine viene disegnata inizialmente su carta, al fine di organizzare minuziosamente ogni dettaglio della scena. Una volta fotografata, Joel-Peter Witkin passa ore in camera oscura, graffiando, incollando, pitturando e perforando i suoi negativi,  per reinterpretare l'idea originale in un ultimo atto di adorazione.
Occhi, nani, carcasse amputate, costituiscono parti di una partitura, barocca e ridondante, fatta di segni e di significati da decifrarePer chi volesse approfondire rimando al documentario "Joel-Peter Witkin: An An Objective Eye" .
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martedì 25 giugno 2013

Cristina de Middel: Afronauts

"Come fotoreporter sono sempre attratta dalle linee eccentriche della narrazione evitando i soliti vecchi temi raccontati negli stessi vecchi modi. Con i miei progetti personali, rispetto la base della verità, ma mi permetto di rompere le regole della veridicità cercando di spingere il pubblico ad analizzare le storie che consumiamo come reali. “Afronauts” si basa sulla documentazione di un sogno impossibile che vive solo nelle immagini. Sono partita da un fatto reale che ha avuto luogo 50 anni fa ed ho ricostruito i documenti adattandoli al mio immaginario personale.”
The Afronauts ripercorre la storia di un surreale tentativo fatto dallo Zambia di portare il primo astronauta africano sulla Luna. Nel 1964, all'apice della corsa internazionale allo spazio e pochi mesi dopo aver conquistato l’indipendenza dal Regno Unito, venne fondata la prima agenzia spaziale del paese.
Il programma nasceva dal folle sogno di un professore di scienze in pensione, Edward Makuka Nkoloso, che coltivava l’ambizioso progetto di portare il suo paese a conquistare lo spazio con un'astronave costruita con rame e alluminio. Mescolando sapientemente realtà e finzione, Cristina de Middel ci guida attraverso un racconto eccentrico, dove falsi  materiali  d’archivio vengono affiancati ad  ironiche messe in scena,  ricreando un percorso narrativo  variopinto, dove il tessuto documentaristico si confonde con la fantasia
Nata ad Alicante (Spagna) nel 1975,  Cristina de Middel studia belle arti presso l'Universidad Politecnica di  Valencia, per poi specializzarsi, grazie a una borsa di studio,  in fotografia presso l'OklahomaUniversity. Ad un lavoro di fotoreporter, Cristina affianca una produzione che mira a mettere in discussione il linguaggio e la veridicità della fotografia come documento. 
Afronauts  è uno dei migliori  libri fotografici del 2012.  Vera e propria rivelazione dell'anno,  il libro, auto pubblicato in pochi esemplari dalla stessa de Middel,  ha  raggiunto la rosa del rinomato Premio DeutscheBörse.  Cristina De Middel riscrive in immagini  una storia realmente accaduta. Fatti e finzione si intrecciano come parte di un racconto che sfida la percezione dello spettatore. 
La fotografa spagnola con delicatezza e ironia si aggira tra astronauti in addestramento, velivoli spaziali di fortuna e paesaggi dalle sembianze africane. Il formato libro riflette la natura improvvisata del sogno spaziale dello Zambia, ma anche la peculiare magia dello stesso. La fantasia riveste, infatti, un ruolo primario nel tessere gli spazi vuoti lasciati tra le effettive possibilità e il sogno. Le immagini si susseguono in una piacevole escalation, tra nostalgia e simpatia, che celebra lo spirito audace dei sogni  e la loro caratteristica di sfuggire ai limiti delle circostanze. 
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per una visione completa della sua opera.
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venerdì 21 giugno 2013

'I’m not there" di PoL Úbeda Hervàs

Cosa accade quando la vita cambia ed inevitabilmente cambiamo anche noi, più o meno volontariamente? 'I’m not there" di PoL Úbeda Hervàs, fotografo che vive e lavora a Barcellona, è una serie di immagini che visualizzano un'ombra riflessa
Un progetto di  autoritratto dove il corpo viene rimosso per lasciare spazio solo alla sagoma della sua ombra e alle sue scarpe. 
La serie incarna lo smarrimento conseguente al non riconoscersi più. Alcune esperienze della vita ci toccano al punto che quello che siamo stati sembra morire, per lasciare spazio ad un nuovo io.  L'ombra rimane, ma l'essere che ci rappresenta scompare, si cancella.
Restano le scarpe, simbolo e promemoria della  personalità e del passato che è stato vissuto. PoL Úbeda Hervas, direttore creativo della agenzia pubblicitaria JWT Barcellona, ​​tramite l'uso di Photoshop dà vita ad immagini surreali che nascondono la malinconia della solitudine umana e il lirismo dell'ineffabilità dell'essere.
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martedì 18 giugno 2013

Le tre foto più care della storia

Il fenomeno dell'arte contemporanea è frutto di molteplici interazioni tra diversi elementi e si traduce in un mercato volatile nel quale gli attori più autorevoli (artisti, galleristi, direttori di musei, curatori, editori e critici) hanno la capacità di dettar legge. Ma quali sono le fotografie più pagate della storia? 
"Rhine II" è il titolo della foto più costosa al mondo. L’ 8 Novembre 2011 quest’opera del fotografo tedesco Andreas Gursky è stata battuta all asta da Christie’s per la cifra di 4.338.500 dollari. Scattata nel 1999, “Rhein II” fa parte di una serie di sei fotografie aventi per oggetto il fiume Reno. Rappresentazione simbolica di un non-luogo, “Rhein II” è un quadro allegorico sul senso della vita e sullo stato delle cose. Fotografata con una camera a pellicola grande formato, l'immagini è stata successivamente acquisita digitalmente al fine di rimuovere alcuni elementi. Gursky, infatti, applicando principi stilistici della pittura nella realizzazione delle sue opere di grande formato, si serve dell’ elaborazione digitale come parte integrante del suo processo poetico.

La seconda foto più cara appartiene a Cindy Sherman. Lo scatto, un autoritratto chiamato “Untitled #96” , venduto per 3,89 milioni di dollari nel corso di un’asta di Christie’s, tenutasi l’11 maggio 2011 a New York, mostra una Sherman trentenne stesa sul pavimento della cucina. Lo scatto fa parte della serie “Centerfolds”, una campagna fotografica dedicata agli stereotipi della donna utilizzati da stampa, cinema e televisione. 
Si aggiudica il terzo gradino del podio la foto, del 1992, "Dead Troops Talk", soldati morti che chiacchierano. La foto del canadese Jeff Wall rappresenta una scena immaginaria di soldati sovietici uccisi in Afghanistan che parlano tra di loro. Venduta all'asta da Christie's per 3,6 milioni di dollari, "Dead Troops Talk" è un'imponente ricostruzione surreale. L'immagine, montata su una cornice che misura 2,3 x 4,2 metri, è stata descritta dai critici come "il più raffinato tributo all'artista spagnolo Francisco Goya e alle vittime della guerra tra la Spagna e la Francia di Napoleone".
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venerdì 14 giugno 2013

Lomography Konstruktor: la fotocamera fai da te

Perfetta per chi ama il fai da te, per chi vuole imparare, capire e sperimentare, Konstruktor è la prima reflex 35 mm della Lomography che puoi costruire da solo. Una fotocamera assemblabile come un piccolo giocattolo.
Le fotocamere funzionano in modo sorprendentemente semplice. La Lomography Konstruktor consente di scoprire, in maniera divertente, i meccanismi che costituiscono una fotocamera.
Il montaggio è intuitivo. Dopo aver finito di montare la tua fotocamera, avrai tra le tue mani una fotocamera impostabile nelle modalità ‘N’ o ‘B’ (per le esposizioni lunghe. In posa ‘B’ l'otturatore della Konstruktor è svincolato dall'avanzamento, consentendo una facile realizzare di esposizioni multiple
Una simpatica trovata che entra nel mercato con il prezzo di 35 euro.

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mercoledì 12 giugno 2013

"La Famille" di Alain Laboile

Per quanto sorprendente possa sembrare, Alain Laboile inizia a fotografare, casualmente, all'età di 36 anni. Scultore di professione, Alain (1 maggio 1968), compra la sua prima macchina fotografica, una "compatta", nel 2004, per creare un libro fotografico delle sculture per i suoi clienti.
Padre di sei figli, Laboile utilizza il tempo libero documentando l'idillio spensierato della vita dei fanciulli, con il desiderio di preservare il ricordo della fugacità dell'infanzia,  per  ricordare i  momenti di spensieratezza e spontaneità.
Le immagini pubblicate su Flickr con lo pseudonimo di “lab oil” ricevono presto l'attenzione di molti addetti ai lavori. 
Nella serie "La Famille", Alain Laboile è riuscito a catturare  il senso di libertà che caratterizza la giovinezza. Composizioni estetiche in bianco e nero sottolineano l'atmosfera di tempo sospeso
La fotocamera di  Alain Laboile sembra scomparire, per spiare da invisibile la vita dei suoi figli. Una vita che è una continua esplorazione dell'ambiente circostante. Un lavoro dall'immensa mole,  scandito dalla poesia del momento. Libero da ogni voyeurismo, Alain Laboile racconta un mondo di libertà, sorprese ed emozioni condivise.
 Vi consiglio di dare uno sguardo al sito per avere una visione completa del progetto.
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giovedì 6 giugno 2013

Ugo Mulas - Maestri della fotografia

“Come i bambini che non sanno ancora parlare, e quando cercano o vogliono una cosa si esprimono avvicinandosi ad essa, toccandola, o fiutandola, o indicandola e con mille atteggiamenti diversi, così il fotografo quando lavora, gira intorno all’oggetto del suo discorso, lo esamina, lo considera, lo tocca, lo sposta, ne muta la collocazione e la luce; e quando infine decide di impossessarsene fotografandolo, non avrà espresso che una parte del suo pensiero… Ciò che veramente importa non è tanto l’attimo privilegiato, quanto individuare una propria realtà, dopo di ché tutti gli attimi più o meno si equivalgono. Circoscritto il proprio territorio, ancora una volta potremo assistere al miracolo delle “immagini che creano sé stesse”, perché in quel punto il fotografo deve trasformarsi in operatore, cioè ridurre il suo intervento alle operazioni strumentali. Al fotografo il compito di individuare una sua realtà, alla macchina quella di registrarla nella sua totalità” .
Ugo Mulas è una delle figure più importanti della fotografia internazionale del secondo dopoguerra. Ugo Mulas nasce a Pozzolengo, nel Bresciano, il 28 agosto del 1928; suo padre, contadino, si era trasferito dalla Sardegna in cerca di miglior fortuna.  Dopo il Liceo Classico frequentato a Desenzano del Garda, Ugo si trasferisce a Milano.  Qui si iscrive a giurisprudenza, ma prima di terminare la laurea lascia gli studi per seguire i corsi serali di Belle Arti dell’Accademia di Brera
L’ambiente artistico milanese  è particolarmente vivo, diviso tra Realismo e Astrattismo, aperto alle nuove tendenze internazionali. L’incontro con la fotografia avviene in un bar di via Brera, il bar Jamaica. Dal 1954, insieme all'amico fotoreporter Mario Dondero, inizia a frequentare la Biennale di Venezia della quale diviene fotografo ufficiale. 
Partecipa, così, a tutte le edizioni fino al 1972, documentando la storia e lo spirito della manifestazione. L'attività professionale lo conduce a collaborare con Giorgio Strehler  come fotografo di scena al Piccolo Teatro di Milano. Qui realizza le fotocronache di molti spettacoli teatrali, ritraendo alcuni dei principali attori italiani dell'epoca. 
A partire dal 1962 viene invitato a ritrarre gli artisti presenti a Spoleto per l’annuale ricorrenza del Festival dei Due Mondi. Durante la Biennale del 1964 conosce il critico Alan Salomon e il gallerista Leo Castelli, viaggia negli Stati Uniti tra il 1964 e il 1967 ed entra in contatto con i principali esponenti della pop art  newyorkese: Marcel DuchampJasper JohnsFrank StellaGeorge SegalRoy Lichtenstein e  Andy Warhol. 
Nel 1970 scopre di essere ammalato di tumore. Nell'arco di tempo che lo separa dalla morte, Mulas si dedica a far ordine nella propria opera, sviluppando una riflessione critica sul significato e sulle modalità del medium fotografico, che prende sostanza e forma nelle cosiddette “Verifiche”, una serie di quattordici fotografie dal grande potere evocativo che influenzeranno profondamente il lavoro di molti fotografi successivi.
Per Mulas fotografare l'arte non si riassumeva nella riproduzione dell'oggetto artistico in sé stesso,  quanto nella convinzione di poter ritrarre il contesto ampio del processo. Il fotografo non è un semplice spettatore, un registratore degli eventi. Il fotografo è parte della scena, interagisce con essa, facendosi coinvolgere.
Precursore dell'arte concettuale italiana, Mulas  nell'accostarsi ai vari discorsi artistici contemporanei, rivela un’attitudine da critico d’arte. Le "Verifiche" , testamento morale del fotografo italiano, lasciano traccia della riflessione matura della  poetica di Mulas, rappresentando l’esito conclusivo di una lunga ricerca dove la fotografia non si riduce all'immagine: « Nel 1970 ho cominciato a fare delle foto che hanno per tema la fotografia stessa, una specie di analisi dell’operazione fotografica per individuarne gli elementi costitutivi e il loro valore in sé. Per esempio, che cosa è la superficie sensibile? Che cosa significa usare il teleobiettivo o un grandangolo? Perché un certo formato? Perché ingrandire? Che legame corre tra una foto e la sua didascalia? ecc. Sono i temi, in fondo, di ogni manuale di fotografia, ma visti dalla parte opposta, cioè da vent'anni di pratica, mentre i manuali sono fatti, e letti, di solito, per il debutto. Può darsi che alla base di queste mie divagazioni ci sia quel bisogno di chiarire il proprio gioco, così tipico degli autodidatti, che essendo partiti al buio, vogliono mettere tutto in chiaro, e conservano rispetto al mestiere conquistato giorno dopo giorno, un certo candore e molto entusiasmo. Ho chiamato questa serie di foto Verifiche, perché il loro scopo era quello di farmi toccare con mano il senso delle operazioni che per anni ho ripetuto cento volte al giorno, senza mai fermarmi una volta a considerarle in se stesse, sganciate dal loro aspetto utilitaristico » .
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martedì 4 giugno 2013

Clarissa Bonet: "City Space"

"Uso la città come un palcoscenico per trasformare lo spazio fisico, in quello psicologico"
Nata in Florida nel 1986,  Clarissa Bonet dopo aver studiato all'University of Central Florida si trasferisce a Chicago per conseguire il MFA in fotografia presso il Columbia College.
Il lavoro della giovane fotografa americana si concentra sulla città, come spazio fisico e psicologico. La serie "City Space"  propone un'esplorazione fotografica del paesaggio urbano, soffermandosi sull'impatto emotivo che nasce dalla relazione tra persone e luogo.
Bonet reinterpreta la quotidianità cittadina attraverso la messa in scena. Lo spazio urbano con i suoi enormi edifici, un mare infinito di cemento dove folle di persone anonime si aggirano, fa da sfondo ad immagini monumentali, che giocano con il contrasto della luce per disegnare, con il ritmo grafico delle linee architettoniche, composizioni dall'atmosfera misteriosa.
La figura umana rappresentata dalla Bonnet si trascina anonima in questo circuito, avvolta in uno stato di quiete e di profonda solitudine
Immagini dal taglio pittorico dove le persone anche se vicine  sembrano presenze a se stanti, abbandonate nel vuoto dei panorami di cemento. 
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera. 
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