giovedì 14 febbraio 2013

Gli spazi architettonici di Gabriele Basilico

"Che fotografo sono? Sono un misuratore di spazi: arrivo in un luogo e mi sposto come un rabdomante alla ricerca del punto di vista. Cammino avanti e indietro, la cosa importante è cercare la misura giusta tra me, l’occhio e lo spazio. L’azione fondamentale è lo sguardo, la foto è la memoria tecnica fissata di questo sguardo. ma c’è bisogno di tempo, la foto d’eccellenza è contemplativa». 

Gli scatti di Basilico hanno raccontato i mutamenti urbani e l'infinita complessità architettonica. Scriveva Italo Zannier nella Storia della fotografia italiana : "Con le sue immagini, dalla controllata, consapevole tensione metafisica ha efficacemente collaborato a presentare in questi ultimi anni il gusto post modern, rilevando visivamente alcune dimenticate architetture industriali e di periferia, rivalutate come reperti archeologici e fissate con un chiaroscuro intenso ed una prospettiva sfuggente e basculata, nello stile sofisticato anni ’30"
Gabriele Basilico nasce a Milano nel 1944. Dopo aver completato gli studi in architettura presso il Politecnico di Milano nel 1973, inizia la professione di fotografo dedicandosi alla fotografia di paesaggio e più in particolare alla fotografia di architettura. Raggiunge la notorietà nel 1982, quando realizza un ampio reportage sulle aree industriali milanesi intitolato: "Ritratti di fabbriche" (Sugarco). A proposito di questo lavoro, Basilico ha dichiarato in seguito: "Ho sempre pensato che i miei "ritratti di fabbriche" nascessero dal bisogno di trovare un equilibrio tra un mandato sociale - che nessuno mi aveva dato, ma che era la conseguenza dell'ammirazione che io provavo per il lavoro dei grandi fotografi del passato - e la voglia di sperimentare un linguaggio nuovo, in grande libertà e senza condizionamenti ideologici".
Nel giro di due anni si trova ad essere invitato alla Mission de la DATAR. Lavora a più riprese a questo progetto tra il 1984 il 1985 e il suo contributo a la Mission è esposto nella grande collettiva a Parigi nel Palais de Tokyo (1985). Seguono anni di intenso lavoro in cui si alternano commissioni pubbliche e ricerche sul territorio che sono state raccolte in libri "culto" come: Italia &France (Jaca Book), Bord de Mer (AR/GE Kunst), Porti di Mare(Art&), Paesaggi di Viaggi (AGF), Scambi (Peliti), L' esperienza dei luoghi (Art&) fino all'esperienza sconvolgente della serie realizzata nella martoriata Beirut (Basilico Beyrouth 1994). 
Lavorando per lo più con banco ottico e pellicole in bianco e nero, la fotografia di Basilico recupera quella lentezza dello sguardo che gli permette di cogliere una diversa contemplazione del paesaggio.. Immagini prive della presenza umana, che si caratterizzano per la profondità di prospettiva e la precisione dell'inquadratura. 

Scatti dove le parti o l'insieme dello spazio fotografato dialogano e riflettono intorno alle loro complesse e mai neutrali metamorfosi. Una fotografia capace di restituire un’interpretazione memorabile dei luoghi, nell'intento non tanto di osservare, ma soprattutto di comprendere. Attraverso uno stile chiaro e comunicativo, Basilico è riuscito a costruire nuove prospettive, nuove ipotesi di lettura dello spazio che sfidano la supposta oggettività della fotografia. 
"Riflettendo a posteriori su tutti i miei viaggi, su questi passaggi urbani, questo andar per luoghi, mi sembra che una condizione costante sia stata l'attesa di ritrovare corrispondenze ed analogie. La disposizione affettiva che guidava, oggi lo so bene, i miei spostamenti e la mia curiosità, mi portava e mi porta a eliminare le barriere geografiche: questo non significa che tutte le città debbano forzatamente assomigliarsi, ma significa che in tutte le città ci sono presenze, più o meno visibili, che si manifestano per chi le vuole vedere, presenze famigliari che consentono di affrontare lo smarrimento di fronte al nuovo".

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