lunedì 30 luglio 2012

Nicholas Nixon

"Quando la fotografia è passata alle piccole camere 35 mm, ha mostrato fette più piccole di tempo, a differenza della fotografia degli esordi, dove il tempo sembra non cambiare".  
Nicholas Nixon è uno dei fotografi più rispettati della scena internazionale. Nato a Detroit (Michigan) nel 1947, vive a Boston dal 1976, dove insegna presso il Massachusetts College of Art. 
Ha studiato letteratura inglese presso l'Università del Michigan e più tardi, nel 1974, ha affrontato gli studi post-laurea in Belle Arti presso la University of New Mexico. Destinatario di due borse di studio del Guggenheim e tre del National Endowment for the Arts, Nixon ha al suo attivo numerose mostre personali negli Stati Uniti e all'estero.
 Influenzato dalle fotografie di Edward Weston e Walker Evans, Nixon iniziò a lavorare con macchine fotografiche di grande formato (8x10), nonostante la maggior parte dei fotografi professionisti avesse abbandonato queste fotocamere a discapito delle più versatili 35mm. Se inizialmente l'interesse del fotografo americano era indirizzato nei confronti dell'architettura cittadina, dal 1977 Nicholas Nixon si stacca dalla neutralità morale della purezza architettonica per avvicinarsi alle persone, in particolare alle famiglie povere che vivevano lungo il fiume Charles, vicino a Boston. 
Il protagonista principale delle immagini di Nixon è la luce, la luce naturale che pervade tutto lo spazio e si riversa fuori i personaggi stessi, fondendoli con la natura in cui vivono. Un lavoro che con il passare degli anni diventa sempre più intimo, maturo e umano
La preoccupazione nei confronti del passare del tempo diventa oggetto di alcune serie, come una delle più riuscite,  The Brown sisters, dove fotografa ogni anno sua moglie e le sue tre sorelle per trent'anni consecutivi, collocandole nella stessa posizione.
 Le serie dedicate ai pazienti anziani e ai malati di AIDS, in aggiunta alla riflessione sul tempo, rappresentano un approccio sensibile nei confronti della sofferenza, mostrando la dignità con cui molti malati terminali affrontano l'ultima tappa del loro viaggio attraverso la vita. 

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mercoledì 25 luglio 2012

Foreign body di Antony Crossfield

"Attraverso la mia arte, cerco di sfidare la concezione tradizionale della corporeità ed esplorare il rapporto tra corpo e identità"
I corpi amalgamati di Antony Crossfield rappresentano un'interessante fonte di riflessione. Tra tensione, lotta e rassegnazione, gli esseri umani appaiono condannati a condividere lo stesso spazio. Uniti ai fianchi, i corpi, tuttavia, appaiono stranamente separati e solitari in un ambiente fatiscente e tragico.
 Nato a Londra nel 1972, Crossfield ha studiato presso l'Università di Westminster. Risultato di complesse manipolazioni digitali, la serie "Foreign Body" produce figure inquietanti, nudi maschili che convergono e si scontrano in una costante lotta spettrale. Immagini che sviscerano il concetto di dualismo umano, la dicotomia tra mente e corpo, anima e carne. 
Antony Crossfield con la sua fotografia ridipinge scenari immaginari, che parlano di una quotidianità reale, raccontando in una sola immagine un impianto narrativo ampio e universale. Il corpo, allora, non è più il confine del nostro Io, ma si converte in una parte di noi stessi in continuo e costante cambiamento. La carne vive una difficile convivenza con lo spirito che sembra volerle sfuggire. Una lotta che grazie all'arte digitale diventa reale, visibile, sconcertante e presente. 
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.

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lunedì 23 luglio 2012

I collage di Daniel Gordon

Daniel Gordon, 1980 (USA), è un fotografo concettuale che vive e lavora a Brooklyn (New York), che compone immagini che giocano con le nozioni di artificio e autenticità.  
Con la serie "Flying pictures" (2001-2004), il fotografo americano dà vita a immagini che rendono possibile il sogno di volare, anche se solo per 1/125 di secondo. Utilizzando una fotocamera montata su un treppiede, Gordon si lancia in aria, mentre un assistente scatta l'otturatore.
Le immagini in volo sono allo stesso tempo paesaggi pastorali e documenti di una performance. Nelle ultime serie Gordon, invece, lavora in modo scultoreo. Cerca su Internet immagini, le stampa e le taglia per costruire dei grandi collage tridimensionali
 Una volta terminata, la scultura viene fotografata con una macchina fotografica di grande formato e  successivamente distrutta.  Pertanto il lavoro dell'artista americano esiste solo attraverso l'atto fotografico. 
Le immagini di Daniel Gordon suscitano allo stesso tempo attrazione e repulsione. Sono irresistibilmente vivaci e tattili, ma anche surreali e grottesche. Le sue opere non sono quello che sembrano a prima vista. Sembrano collage, ma si rivelano immagini di sculture.  
L'improvvisazione è fondamentale nel procedimento lavorativo del fotografo americano. A differenza della perfezione delle immagini manipolate con Adobe Photoshop, questi tableaux di carta sono volutamente grezzi e rozzi. Come fosse un nuovo dottor Frankenstein, Gordon crea i suoi mostri, sbattendo insieme parti del corpo per creare un nuovo essere.  
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.

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venerdì 20 luglio 2012

Sensor Size: compariamo i sensori digitali

Il sensore di una macchina fotografica digitale è un dispositivo che converte la luce in un segnale elettronico che viene interpretato da un elaboratore di immagini.
La funzione che svolge il sensore all'interno di una fotocamera digitale è analoga a quella svolta dalla pellicola nella fotografia tradizionale. La superficie del sensore composta da diodi fotorilevatori sfrutta l'effetto fotoelettrico, riconoscendo una determinata lunghezza d'onda dell'onda elettromagnetica incidente.  Sensor Size è un sito che permette conoscere le caratteristiche e comparare i sensori delle macchine fotografiche in commercio. Si tratta di uno strumento utile per valutare una delle caratteristiche più importanti di una camera digitale.

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lunedì 16 luglio 2012

Fotografia e morte

"Ogni fotografia è un memento mori. Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona o di un’altra cosa. Ed è proprio isolando un determinato momento e congelandolo che tutte le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo" (Susan Sontag).

Joel Peter Witkin
La fotografia richiama l’idea della morte in quanto, bloccando il tempo, “uccide” il flusso vitale nella sua continuità, per coglierne solo un frammento statico. Ogni fotogramma, infatti, rappresenta un istante rubato, sottratto alla totalità e alla continuità del reale. L'immagine fotografica opera una sezione nello spazio e nel tempo.  Attraverso le immagini fotografiche, racchiudiamo il mondo in divenire in una serie  di scene particolari, di aneddoti, che isolano la realtà in una forma atomica e maneggevole. 
Tuttavia, non solo la fotografia evoca la morte congelando il fluire, ma allo stesso tempo consente di sottrarla dalla caducità, preservandola dall'oblio. La peculiarità della fotografia è di essere simultaneamente falsificazione della realtà e passato. Passato, perché ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente. Falsificazione della realtà, perché seppur il referente è stato davanti all’obiettivo, lo scatto rappresenta pur sempre un'interpretazione della situazione.

Lewis Hine
Marcel Proust parlava della esperienza della temporalità, scrivendo: "Scancella tutto, il tempo, come le onde fanno con le imprese infantili sulla sabbia uguagliata". La fotografia cerca di preservare queste tracce. Ossessionati dall'angoscia del mai più, scattiamo foto che diventano  appunti,  che sostituiscono la nostra stessa memoria e creano una nuova coscienza per dimenticare. Creiamo con le nostre immagini una temporalità detemporalizzata, diversa da ciò che è accaduto, filtrata dalla nostra visione. 

Lewis Hine
Con le immagini trasmettiamo il senso di un passato che non ritorna, di un passato morto che tuttavia sembra rimanere vivo, continuando ad essere visto e rivisto, un passato in grado di rinnovarsi ad ogni nuovo sguardo senza però trasformarsi. Per questo motivo conserviamo dall'oblio  l'immagine dei cari che non ci sono più. Le immagini hanno assunto, nella nostra società, il posto delle statuette con i quali si manteneva vivo il ricordo del defunto. Sarebbe difficile immaginare la vertigine del vuoto senza di esse.
Joel Peter Witkin
Lo scatto instaura un meccanismo che permette di controllare e dominare il caos degli eventi, consentendo di selezionare e isolare ciò che vogliamo. Barhes parla della morte come Eidos (εἶδος) della fotografia, ovvero come forma della stessa. L’immagine fotografica fissando l’istante, ferma il momento: estrae quanto ritrae dal flusso dinamico degli eventi, allo stesso modo di come la morte ci tira fuori dalla vita. Molto interessante è, inoltre il rapporto esistente con la foto quando veniamo ritrattati. A riguardo Barthes parla dell'esperienza della posa, identificandola in una esperienza di dissociazione in cui l’“io” avverte una frattura tra sé e l’immagine che di sé troverà dopo lo scatto. L’“io”, così mutevole, sempre in movimento, sempre diverso, viene reso immobile e statico, fissato nell’immagine di un corpo, di un volto, di un’espressione. L’essere fotografato, allora, trasforma il soggetto in oggetto, rendendolo partecipe di una micro-esperienza della morte: “io divento veramente spettro”.

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giovedì 12 luglio 2012

I ritratti sfocati di Alexei Vassiliev

"Quello che mi ha affascina di un luogo è quando viene immerso in una luce implacabile, che interferendo con lo spazio ed i colori, rende impossibile decifrare la nozione del tempo". 
Esistono momenti del giorno in cui gli abitanti delle città si trovano temporaneamente intrappolati in spazi chiusi, immersi nella luce artificiale, circondati da colori sgargianti, come fossero inpantanati in un transitorio status di pausa lenta
In questi istanti nonostante le persone appaiono fisicamente presenti  in un contesto ambientale, le loro menti fuggono spesso altrove. Partendo da questo assunto, il fotografo russo Alexei Vassiliev da' vita a  ritratti sfocati che catturano questo fenomeno con sorprendente forza emotiva.
 I soggetti di Vassiliev fluttuano come sospesi. Immagini che richiamano l'angoscia muta dei dipinti di Francis Bacon e le scene surreali delle opere teatrali di Samuel Beckett. Attraverso un tempo di posa molto lenta, Vassiliev riesce a catturare i colori intensi del fondo, lasciando sfumati i gesti umani, al fine di creare immagini iconiche che evocano l'essenza dell'umanità moderna.
 Il fotografo russo attraverso un approccio estetico rivela un mondo di una bellezza scintillante. Nei luoghi anonimi, nei momenti inaspettati sorge il fascino dell'indefinito e dell'indefinibile
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.


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lunedì 9 luglio 2012

La quotidianita´spagnola di Cristobal Hara

"Chi non puo´ fare a meno di essere fotografo, sappia che si gioca la vita con una sola carta, in un gioco dove non esistono scuse: o si fanno foto o non si fanno".
Dalla decada degli anni 70, Cristobal Hara (Madrid 1948) si e`dedicato a ricostruire un immaginario peculiare delle situazioni e dei luoghi paradigmatici del territorio spagnolo.
Se la iniziale traiettoria fotografica del fotografo madrileño e`legata alla tradizionale fotografia di reportage in bianco e nero, a partire del 1985 Hara passa al colore, per sviluppare quello che sara´ il suo inconfondibile stile: informale, semplice e circostanziale.
L'opera di Cristobal Hara nasce da un'osservazione attenta e prolungada della quotidianeita´. Nonostante il carattere documentale che caratterizza la sua fotografia, Hata non si limita alla semplice descrizione dei fatti, trasladando ogni immagine in una zona ambigua che obbliga lo spettatore ad analizzare e a profondizzare.
Cosi`i luoghi e i personaggi vengono come descontestualizzati, sfiorando il confine tra realtà e finzione. Uno sguardo sulla vita che non ricerca l'accadimento spettacolare e straordinario, ma che si costruisce a partire dei piccoli momenti che contraddistinguono la precarieta´della stessa.

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venerdì 6 luglio 2012

Alejandro Chaskielberg

"Vorrei rompere con l'idea che un bel quadro di una situazione dolorosa toglie messaggio o valore documentario"..."Sono sempre stato attratto dalla notte, perché è il momento in cui le cose più affascinanti possono succedere".
Dal 2007, l'artista argentino Alejandro Chaskielberg ha vissuto periodicamente nella regione del delta del fiume Paraná. Chaskielberg ha passato molto del suo tempo ad osservare le vite degli abitanti del fiume, il cui lavoro ruota prevalentemente intorno alla pesca e all'agricoltura
Chaskielberg, che ha studiato cinema e ha iniziato la sua carriera come fotoreporter, con la sue immagini ha superato le convenzioni della fotografia documentale, mettendo persone reali in scene ricostruite della vita quotidiana. Le fotografie richiamano un tocco surrealista, di notte o al crepuscolo si accendono attraverso la luna, le torce, luci stroboscopiche e lanterne. 
L'integrazione tra reale e l'artificiale trasforma le immagini in un  sogno, dove veniamo sfidati nella percezione del colore, della luce e dello spazio.
Esposizioni dai cinque ai dieci minuti, dove i personaggi permangono immobili con una Sinar Norma 4 × 5.  Chaskielberg, che recentemente ha ricevuto la borsa di studio Emerging Photographer Grant 2009, assegnata dalla rivista Burn e la fondazione Magnum, e' stato incluso dalla rivista newyorkina Photo District tra i 30 fotografi emergenti piu´ interessanti del momento.
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.

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