sabato 31 marzo 2012

Le azioni di Photoshop -Tutorial

Le azioni di Photoshop sono uno strumento utilissimo. In Photoshop, un'azione è una successione di operazioni che è possibile memorizzare in un file, in una serie di file, nel menù comandi al fine di essere automaticamente riprodotta.
Il video tutorial in basso ci spiega in maniera semplice come possiamo risparmiare molto tempo, applicando la stessa azione a più foto con un semplice click.

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venerdì 30 marzo 2012

Pierre et Gilles: il kitsch fatto fotografia

"Ci piace idealizzare, ma parliamo anche di morte, mistero ed estraneità della vita. Nelle nostre immagini c’è tanta dolcezza quanta violenza”.
L’opera artistica di Pierre et Gilles è il kitsch fatto arte, la fotografia che diventa teatro della vita. Pierre e Gilles sono un binomio indissolubile. Vivono in un atelier nella periferia parigina e la loro relazione sentimentale si intreccia visceralmente alla loro relazione professionale, ormai da più di trent’anni. 
Quando i due artisti si sono conosciuti, alla metà degli anni ’70, Pierre Commoy faceva il fotografo e Gilles Blanchard il pittore. Si incontrarono a una festa data dal sarto Kenzo e da allora non si sono più separati. I loro reportage fotografici diventano diario della propria storia. La loro fotografia è ricca di sensualità, una miscela di fascino, poesia e omoerotismo. Affrontano i temi della cultura pop, gay e della pornografia senza tralasciare i temi religiosi che trovano nelle loro opere una vasta e barocca interpretazione. Hanno realizzato pubblicità, servizi fotografici per riviste e portato avanti progetti personali in cui le individualità dei due autori si uniscono in un sola anima.
Espliciti sono i riferimenti all’iconografia mitica e religiosa che sprigiona nelle loro fotografie una irrefrenabile sensualità. Ritoccano con la pittura le loro fotografie trasformandole in fantasie visive. Il ritocco rende visibile ciò che non si vede, ossia l’intimo, l’emozione, l’intangibile.
 Traspare con forza la sublimazione della bellezza, l’estetica del corpo, ma anche la tristezza dell’anima, la sofferenza e la disperazione. Le immagini sono piene di colori e umori da fiaba, le forme sono pompose e esagerate.
 Le scenografie e la scelta degli oggetti studiate nei minimi dettagli. Lustrini, pailletes, fiori di plastica, palle di natale, vestiti particolari popolano i loro set. Il metodo con cui operano è un vero e proprio concerto. Pierre realizza le foto e poi Gilles le ritocca con strati successivi di pittura finché l’opera inserita all’interno di un quadro, diventa reale lasciando il campo dell’immaginario.

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mercoledì 28 marzo 2012

La fotografia di Anders Petersen

"Chi sono io? La risposta a queste domanda non è molto importante, perché la domanda stessa è più interessante di qualsiasi risposta. Vorrei saperne di più di me stesso e degli altri, dei sogni, degli incubi,  le ferite e  i ricordi che ci assillano. La fotografia è una sorta di filosofia che riesco a trovare dentro di me. Non è una religione, anche se suona come se lo fosse. La fotografia è incontrare le persone in un viaggio per capire me stesso".
La fotografia di Anders Petersen è ossessionata dall'essere umano, dall' enigma che lo accompagna e dalla solitudine e la profondità dei sentimenti. Immagini avvolte da una sorta di tristezza poetica, dove la morte appare sempre presente, pronta a sbucare e farsi largo per prendere il sopravvento della scena. 
Noto per la sua capacità di trovare un linguaggio comune con perfetti sconosciuti, il fotografo svedese  riassume perfettamente la sua peculiarità: "Io so che per fare buone foto è necessaria la giusta distanza, devo avere un piede dentro e un piede fuori, il mio problema è che, alla fine, ho sempre due piedi dentro!". 
Anders Petersen è nato nel 1944 a Stoccolma, in Svezia. Studia fotografia con Christer Stromholm presso la scuola di fotografia di Stoccolma. Strömholm da maestro diventa un grande amico di Petersen, accompagnandolo nel tragitto personale e fotografico. Nel 1967, inizia a fotografare le notti tra prostitute, travestiti, ubriachi, amanti e tossicodipendenti in un bar di Amburgo, chiamato Café Lehmitz.
Un progetto che dura tre anni che dà vita ad un libro pubblicato otto anni dopo, nel 1978, da Schirmer / Mosel in Germania, comparso in Francia nel 1979  e  in Svezia nel 1982, che viene considerato fondamentale nella storia della fotografia europea. Anders redige un ritratto commovente di una umanità alla deriva, rivelandone attraverso l'intensità  delle sue immagine, non solo le situazioni di emarginazione, quanto piuttosto i sentimenti sommersi.
 Eletto Photographer of the Year al Recontres d'Arles nel 2003, Petersen insegna prima presso la scuola di Christer Stromholm e poi  diventa direttore della Scuola di Fotografia e di cinema di Göteborg.  Petersen prosegue la sua indagine nelle carceri, nei manicomi e nelle case per anziani. Per un lungo periodo, vive in una prigione di massima sicurezza per fare le fotografie del libro  Fangelse (1984). 
Il lavoro del fotografo svedese, si caratterizzata per l'uso di un bianco e nero contrastato. Fotografa con una Contax T3, un obiettivo 35 mm e pellicole con sensibilità  ISO 400, rivelando egli stesso il materiale scattato.  
 Il corpo di lavoro, spesso duro, ma sempre poetico,  ci costringe a riflettere su situazioni e persone che la maggior parte di noi di evita a priori, focalizzandosi  sulla tenerezza, la bellezza e l'umanità comune che ci contraddistingue.  Al di là delle differenze, le persone risultano unite dal filo comune dei sentimenti. Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.

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lunedì 26 marzo 2012

Creatività: peso e sofferenza nell'essere artista

Non è per nulla semplice dare una definizione sintetica e non riduttiva della creatività. La capacità di produrre pensiero creativo, come quella di comunicare o di apprendere, è una metacompetenza, cioè un'abilità trasversale, che può essere applicata a campi diversi. La scrittrice Elizabeth Gilbert, nell'interessante video in basso (con sottotitoli in italiano), riflette sul peso che la nostra società e il nostro modo di pensare carica sull'uomo-artista.
Nel pensiero occidentale si è instaurato, infatti,  il concetto per cui l’artista sia un genio. Un’idea che trae la sua origine dal Rinascimento e dall’Umanesimo, periodo nel quale l’uomo viene messo al centro di tutto l’universo, sopra tutti gli dèi e sopra ogni forza trascendentale. Un pensiero che ha completamente interiorizzato ed accettato la nozione che la creatività e la sofferenza siano in qualche modo legate e che l’arte, alla fine, condurrà sempre all’angoscia. Nell’antica Grecia e nell'antica Roma le persone, tuttavia,  non sembravano credere che la creatività venisse dagli uomini. Si pensava che la creatività fosse uno spirito divino che i greci chiamavano “daimon”, demone. Socrate stesso credeva di avere un demone che gli donava saggezza da lontano. E per i romani era lo stesso, ma chiamavano quella specie di spirito senza corpo “un genio”. La Gilbert con una discussione divertente e commovente ci offre l'idea radicale che il genio, piuttosto che  incarnarsi in una persona, sia un essere esterno che tutti noi possiamo possedere.


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venerdì 23 marzo 2012

"Memories and Nightmares": Lottie Davis

"Questo progetto riguarda i ricordi e i miti che usiamo per raccontare le nostre vite. Le storie e ricordi fanno parte della stessa esperienza umana, li abbiamo utilizzati per generazioni per illustrare le nostre vite, per lasciare una nostra testimonianza nel futuro e dare un senso al passato". 
Tra ricordi e incubi la fotografia di Lottie Davis risente delle composizioni e della sensibilità espressiva della tradizione pittorica inglese. I paesaggi onirici e fantastici gridano addosso come un pugno sul punto di raggiungere lo stomaco o aleggiano soavi come un sussurro da decifrare.
Nata a Guilford nel 1971, Lottie cresce nel Surrey. Il suo primo contatto con la fotografia avviene a quattordici anni, quando il padre regala al fratello un ingranditore per la camera oscura. Dopo aver studiato filosofia alla St. Andrew University in Scozia, torna in Inghilterra, dove inizia a lavorare prima come assistente e dal 2000 come fotografa professionista.  
"Memories and Nightmares" riflette sulla costruzione dell'identità attraverso le narrative interne dei nostri ricordi dell' infanzia e gli incubi che ci perseguitano. All'inizio del 2008, la fotografa inglese ha chiesto a i suoi amici di scrivere un racconto del primo ricordo dell'infanzia che gli venisse alla mente. Uno di questi, le rispose che non aveva un ricordo specifico, ma un incubo ricorrente. Da qui la Davies ha incluso anche gli incubi al suo progetto, dando vita ad una serie che, a partire da immagini della vita privata di un individuo, reinterpreta la situazione, restituendoci la sensazione degli elementi surreali e impossibili del sogno
Abbiamo tutti un bagaglio di storie e miti che utilizziamo per raccontare quello che siamo. In un certo senso, i ricordi sono un’esperienza come tante altre e per questo cambiano con il tempo, attraverso le parole di chi li racconta e le impressioni di chi li ascolta. Le fotografie di Lottie Davies ci guidano attraverso un viaggio nell’inconscio, dove abitano memorie e storie che da adulti abbiamo relegato in fondo alla nostra anima, che possiamo recuperare, attraverso le fini maglie della razionalità.
 L'obiettivo della fotografa inglese non si riduce alla reinterpretazione personale di esperienze intime, ma diventa presupposto per un'ampia riflessione antropologica e psicologica sulle malattie croniche della società medio-borghese. La forza dirompente delle esperienze rimosse torna a farsi largo attraverso delle immagini su pellicola di grande formato, scattate con una Horseman o una Wista 5x4, che sono valse il prestigioso Premio Arte Laguna 2011. 
Ogni immagine, allora, è una frase incompiuta che ci tiene sospesi in attesa di una risposta, che non riceveremo del tutto. Un frammento dove compostezza ed equilibrio regnano anche nell'inquietudine e l'armonia si fa largo anche negli incubi più terrificanti. Composizioni teatrali che svelano universi nascosti e catastrofi i cui marchi non sono visibili. Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.

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mercoledì 21 marzo 2012

Cosa sono le gelatine e a che servono?

Molte volte usiamo delle gelatine (ovvero dei filtri da applicare direttamente sulla fonte di luce) per modificare le caratteristiche della luce proiettata. Le gelatine possono essere realizzate in vetro o in materiale plastico (poliestere). 
Le gelatine in vetro vengono montate su un telaio da applicare al proiettore, mentre quelle in plastica sono vendute in fogli o rotoli da tagliare secondo la misura del telaio. Le gelatine si dividono in diversi tipi (contrassegnati da numerazione standard) a seconda dello scopo per cui vengono impiegate
Si suole distinguere tra quelle a colori (color change o color correction), gelatine colorate, che cambiano il colore del fascio luminoso;  quelle che convertono la temperatura (light correction o temperature correction), ovvero gelatine che cambiano la temperatura di colore della luce, facendo virare verso il bianco-azzurro (raffreddamento) oppure verso il giallo-arancio (riscaldamento); le neutre, gelatine che non servono a cambiare il colore della luce, ma a ridurne l'intensità; quelle che diffondono ("gelatine frost"), ovvero filtri che servono alla diffusione della luce, per renderla più omogenea e priva di variazioni nette.Vi lascio con un interessante filmato che illustra la modalità di fabbricazione di questi utilissimi strumenti fotografici.


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lunedì 19 marzo 2012

Lewis Hine - Maestri della Fotografia

"Se sapessi raccontare una storia con le parole, non avrei bisogno di trascinarmi dietro una macchina fotografica". 
Lewis Hine è stato uno tra i primissimi fotografi a utilizzare la fotografia come mezzo di denuncia sociale. Nato il 26 settembre 1874 a Oshkosh, nel Wisconsin, dopo la morte del padre in un incidente, Hine inizia a lavorare e a risparmiare per potersi permettere il college. Studia sociologia presso la University of Chicago, la Columbia University e la New York University
Divenuto insegnante per la Ethical Culture School, di New York , entra in contatto con i grandi flussi migratori a Ellis Island (il sanatorio newyorkese degli immigrati europei) ed inizia a interessarsi alla fotografia come strumento di denuncia e di documentazione.
 Dal 1904 e fino al 1909, Hine registra l'arrivo degli immigrati, le insalubri abitazioni sovraffollate e l'occupazione delle fabbriche e dei negozi. Con l'emergere della fine del XIX secolo di numerose attività benefiche e comitati di riforma, Hine lascia il posto di insegnante, nel 1908, per diventare fotografo ufficiale del National Child Labor Committee, una organizzazione creata per combattere il lavoro minorile nell'industria pesante. 
Durante i suoi primi tre anni come fotografo ufficiale, Hine documenta il lavoro minorile nei campi, nelle miniere e nelle fabbriche, sottolineandone le insostenibili condizioni. Nel 1918 intraprende un viaggio in Europa per documentare, su richiesta della Croce Rossa Internazionale, la situazione dei paesi del Vecchio Continente devastati dalla Prima Guerra Mondiale.
 Tornato a New York nel 1919, Hine focalizza di nuovo il suo interesse nel mondo del lavoro, ma questa volta evidenziandone il significato di dignità per gli esseri umani. Con una nuova attenzione alle qualità formali dell'immagine, Hine dà vita al suo unico libro, pubblicato nel 1932, "Men at Work", una vera e propria esaltazione dell'uomo e della macchina. 
Con il cambio del quadro sociale, Hine trascorre gli ultimi anni di vita in condizioni indigenti, respinto dalle stesse entità che una volta ne ammiravano il lavoro innovatore. I suoi lavori, internazionalmente riconosciuti come strumento del più moderno mezzo di denuncia fotogiornalistico, trovano ampio spazio nelle sale dell’International Museum of Photography e negli archivi della Library of Congress.

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sabato 17 marzo 2012

Maschera di Contrasto: a che serve e come si usa?

Gli strumenti a disposizione di un fotografo per trasmettere all'occhio dell'osservatore un adeguato senso di profondità sono un'ottica dotata di lenti di ottimo livello e l’uso corretto dei diaframmi. Lo strumento con il quale Photoshop ci permette di ottimizzare la nitidezza di un'immagine è la Maschera di Contrasto" (Unsharp Mask). Le macchine fotografiche digitali riescono a percepire “soltanto” 16.777.216 colori (256 tonalità di rosso per 256 tonalità di verde per 256 tonalità di blu). Questo implica che tutti i colori presenti in ogni immagine vengano classificati necessariamente come uno dei 16 milioni di cui sopra, capita, allora, che per necessità tecnologica due colori ad occhio diversi, ma vicini per tonalità vengano resi dalla fotocamera come appartenenti allo stesso colore; questo può provocare una fastidiosa sfocatura nei bordi delle figure, rendendole sfumate e poco nitide. 
A CHE SERVE? La maschera di contrasto serve a rendere i bordi delle figure più nitidi. QUANDO VA USATA? E' un filtro che comporta delle modifiche e delle perdite di dati, per questo andrebbe usato solo alla fine del procedimento di post-produzione. Il consiglio è di mantenere l'immagine in memoria senza la maschera di contrato e applicare il filtro di volta in volta in base all'uso che dobbiamo fare della nostra immagine (foto per web, stampa di piccola dimensione, stampa di grande dimensione). COME FUNZIONA? Il programma, con un algoritmo, legge i pixel dell'immagine e ne valuta il contrasto in termini di tono di aree adiacenti. I pixel sul lato più scuro del contorno vengono resi più scuri, mentre quelli sul lato chiaro vengono ulteriormente schiariti. Pertanto, maggiore è il contrasto sul bordo e maggiormente tale bordo appare nitido all’occhio. Naturalmente la maschera di contrasto non aggiunge dettagli veri e propri all’immagine ma fa solo in modo che il nostro occhio veda un maggiore distacco tra gli oggetti adiacenti.
 L’effetto della “maschera di contrasto” viene regolato mediante alcuni parametri, che definiscono l’intensità del contrasto, la sua zona di applicazione e il numero di livelli interessati. Il FATTORE controlla l'intensità percentuale della maschera di contrasto applicata.. Il RAGGIO controlla il numero di pixel attorno al contorno che risultano interessati dall'effetto della maschera. Valori di raggio bassi creano una zona di contrasto più fine rispetto a valori più alti. Il valore del raggio andrebbe considerato in base al contenuto dell’immagine, in quanto se sono presenti per la maggior parte dettagli minuti, è preferibile usare un valore basso, mentre per immagini con dettagli più morbidi (es. ritratti) si possono usare raggi più ampi. La SOGLIA ha lo scopo di non fare applicare il contrasto ad alcuni contorni dell’immagine.

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giovedì 15 marzo 2012

I collage di Ruud van Empel

"Costruisco le mie immagini perché scattare un’unica fotografia non mi soddisfa, voglio dar vita al mio mondo personale, sintesi della mia immaginazione tradotta in fotografia"
Le immagini di Ruud van Empel hanno la peculiarità di confondere la gente. Anche se Van Empel non nasconde in alcun modo il fatto che le sue immagini siano costruite interamente, tramite un meticoloso assemblaggio realizzato con l'ausilio del computer, la combinazione della fotografia dai colori vivaci e dai profondi dettagli, con il pensiero archetipico che sta alla sua base genera un certo smarrimento nello spettatore.
 Nato il 21 novembre 1958 a Breda, Rudolph Franciscus Maria van Empel si è laureato con lode presso l'Academie St. Joost di Breda (1976-1981) come graphic designer. Dopo aver lavorato come grafico per parecchi anni, ha iniziato a comporre varie immagini fotografiche da lui stesso scattate, dando vita a mondi fantastici, spesso coloratissimi, fatti con paesaggi di boschi nordici o rigogliose foreste tropicali. 
Le sue immagini seguono un procedimento che ricorda il fotomontaggio antico. Nel suo computer, Ruud van Empel conserva un vasto archivio di migliaia di foto di oggetti e persone fotografate. Ogni sua opera è un miscuglio di parti di modelli, fiori, linee d'acqua, ninfee, alberi e insetti. Da un punto di vista puramente tecnico il fotografo belga riesce così a ottimizzare ogni parte dell’immagine, ogni soggetto con la luce migliore, con una messa a fuoco perfetta, cogliendo ogni sfumatura e particolare.
 Inoltre, nonostante le figure umane abbiano un grosso ruolo nelle immagine del fotografo olandese, la tecnica del collage e della manipolazione consente una profonda spersonalizzazione delle stesse. Con la sua fotografia, Ruud van Empel crea figure archetipiche conosciute fino ad ora solo nei dipinti o nelle statue, raffiguranti virtù, figure allegoriche e simboliche.
Le immagini del fotografo belga, da molti accostati per stile alla pittura naif, rimuovono lo specifico, sottolineando l'universale. I suoi modelli assumono posizioni neutrali, pose cerimoniose, che danno un carattere surreale alla composizione. Anche se alcuni degli oggetti non appaiono in perfetta proporzione con gli altri, in termini di dimensioni, il tutto viene compensato da una perfetta armonia di colori e forme. Ogni spazio potenzialmente vuoto, viene, infatti, colmato da dettagli che equilibrano la scena. 
Molti dei suoi scatti rappresentano bambini immersi in un mondo naturale senza spazio e senza tempo, una foresta dei sogni, un paradiso irreale perduto. Un chiaro invito ad un ritorno verso lo stato primordiale e puro dell’esistenza. Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.


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mercoledì 14 marzo 2012

Trucchi per migliorare la gestione della luce naturale

In questo interessante video tutorial, Mark Wallace ci dà informazioni utili per ottimizzare le nostre foto con luce nturale.
Vedere la luce e distinguerei differenti materiali di riflessione della stessa ci siuterà a migliorare l'efficacia dei nostri ritratti.

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lunedì 12 marzo 2012

Schemi di illuminazione fotografica su un manichino

Per costruire una buona illuminazione in studio dobbiamo creare uno spazio di luce che ci permetta di trasmettere ciò che intendiamo comunicare
Il video tutorial, in basso, ci mostra, mediante l'utilizzo di un manichino, i principi base dell'illuminazione fotografica in studio. In maniera semplice ed intuitiva vengono mostrati gli effetti della variazione della posizione della luce rispetto alla modella, della distanza della stessa, per poi introdurre  i concetti di luce di sfondo e di luce di contrasto, fino ai classici schemi a tre punti luce.

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domenica 11 marzo 2012

Le riflessioni fotografiche di Gábor OSZ

Gábor OSZ è una delle figure più importanti dell'arte contemporanea ungherese. Avvalendosi della camera oscura e della fotografia stenopeica, il fotografo ungherese registra lo spazio circostante e gli effetti della luce sulla carta fotosensibile. 

Nato nel 1962 a Budapest, dopo gli studi presso l'Accademia di Belle Arti, prosegue gli studi presso il Rijksacademieof Visual Arts di Amsterdam. La sua opera al margine dell'astrazione, per consistenza e colore ricorda la pittura. Più che sui semplici punti di vista, OSZ si sofferma sulle visioni della natura costruita dall'occhio di un architetto.  
La sua è una riflessione sul tempo ma soprattutto sullo spazio. Gabor OSZ scatta foto di ambienti costruiti (edifici, serre,..),luoghi dove si può vedere l'esterno, ma solo da alcune piccole aperture ( finestre, fori). 
Dall'interno abbiamo una visione parziale e frammentaria dello spazio esteriore. Mentre dall'esterno gli stessi spazi ci appaiono come piccole parti nella vista di un paesaggio più ampio. Attraverso la tecnica della camera obscura (o camera oscura), una tecnica tradizionale che risale agli inizi della storia della fotografia, Gabor OSZ esprime una riflessione globale  sulla vita
Attraverso una metafora che riprende il mito della grotta di Platone, immagini dal carattere vago ed evanescente si fanno largo  questionando il nostro stesso  modo di comprendere la realtà. L'interno diventa così uno spazio  artificiale che proietta l' immagine capovolta dell'esterno, simbolo delle nostra ansie e dei nostri limiti della conoscenza.  
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.

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giovedì 8 marzo 2012

La fotografia di JH Engström

"Quello che cerco, è sempre una presenza. Nel cercarla,  vedo sempre i miei dubbi  rivelarsi.  Allora, è più semplice  accettare l’assenza della stessa.  Non tento di provare che cosa sia. Per fare questo, non ho ancora  abbastanza ricordi".
Un profondo senso di spiazzamento e incertezza pervade il lavoro di JH Engström. Il fotografo svedese è probabilmente uno degli artisti più importanti della scena scandinava. La sua fotografia fatta di esperienze personali e intimiste costruisce storie fotografiche dal sapore misterioso e affascinante. 
Nato nel 1969 in Svezia, assistente del fotografo Mario Testino nel 1991 a Parigi e del fotografo Anders Petersen nel 1993 a Stoccolma, JH si diploma nel 1997 presso il Dipartimento di Fotografia e Film dell'Univerità di Göteborg. Lo stesso anno pubblica il suo primo libro, "Shelter" (Bokförlaget DN, 1997) , una serie di ritratti di donne senza fissa dimora in un rifugio di Stoccolma. 
In questa serie, Engström prende le distanze dai cliché della fotografia socialmente impegnata, dando vita a immagini che descrivono i senza dimora non come disadattati da compiangere, quanto piuttosto come incarnazione metaforica della stessa condizione umana. 
Nel  1998 si trasferisce dapprima a Brooklyn e poi New York per lavorare al suo progetto "Trying to Dance".  La serie è un meraviglioso mix di paesaggi, ritratti, autoritratti, nudi ed interni. Un libro senza una chiara chiave narrativa, che assume  il significato in ogni singola immagine.
 Un flusso visuale, sotto forma di monologo, di frammenti di tempo che passano inesorabilmente. L'impressione è di avere a che fare con ricordi, piuttosto che con immagini documentarie. JH Engström spazia con estrema libertà  dal bianco e nero al colore.
Il desiderio sessuale, che pervade la serie, diventa espressione della fondamentale solitudine umana. La sensazione di intimità, intensificata da immagini di letti disfatti e avanzi di cibo, si riflette in un'evocazione del quotidiano con una precisione claustrofobica, bilanciata da paesaggi sbiaditi che ricordano gli acquerelli della pittura romantica. 
Echi vuoto elegiaci  richiamano al paesaggio come specchio dell'anima, mentre la crudezza e la granulosità delle fotografie impediscono di strisciare verso il sentimentalismo. La nudità rappresenta la congiunzione tra identità e differenza, il simbolo della sempre elusiva presenza dell'altro,  che Engström cerca di afferrare. Nella sua opera più recente, il libro "CDG / JHE" (2007), Engström  ricorre a un linguaggio visivo più sobrio, a tratti minimalista.  Sessantasei immagini di Parigi Charles de Gaulle (il cui codice di volo è "CDG) dai colori tendenti al grigio, come se polvere o fumo fossero  caduti sulla scena. 
L'aeroporto deserto, allora, diventa un limbo, uno posto sospeso nel tempo che non porta da nessuna parte. Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.

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