"Quello che cerco, è
sempre una presenza. Nel cercarla, vedo sempre i miei dubbi
rivelarsi. Allora, è più semplice
accettare l’assenza della stessa. Non tento di provare che
cosa sia. Per fare questo, non ho ancora abbastanza ricordi".
Un profondo senso di spiazzamento e
incertezza pervade il lavoro di JH Engström. Il fotografo svedese è
probabilmente uno degli artisti più importanti della scena scandinava. La sua
fotografia fatta di esperienze personali e intimiste costruisce storie
fotografiche dal sapore misterioso e affascinante.
Nato nel 1969 in Svezia, assistente
del fotografo Mario Testino nel 1991 a Parigi e del fotografo Anders Petersen nel
1993 a Stoccolma, JH si diploma nel 1997 presso il Dipartimento di Fotografia e Film dell'Univerità di Göteborg. Lo
stesso anno pubblica il suo primo libro, "Shelter" (Bokförlaget DN, 1997) , una
serie di ritratti di donne senza fissa dimora in un rifugio di Stoccolma.
In
questa serie, Engström prende le distanze dai cliché della fotografia
socialmente impegnata, dando vita a immagini che descrivono i senza dimora non
come disadattati da compiangere, quanto piuttosto come incarnazione metaforica
della stessa condizione umana.
Nel 1998
si trasferisce dapprima a Brooklyn e poi New York per lavorare al suo progetto "Trying
to Dance". La serie è un meraviglioso
mix di paesaggi, ritratti, autoritratti, nudi ed interni. Un libro senza una
chiara chiave narrativa, che assume il
significato in ogni singola immagine.
Un flusso visuale, sotto forma di
monologo, di frammenti di tempo che passano inesorabilmente. L'impressione è di
avere a che fare con ricordi, piuttosto che con immagini documentarie. JH
Engström spazia con estrema libertà dal
bianco e nero al colore.
Il desiderio sessuale, che pervade la serie, diventa espressione
della fondamentale solitudine umana. La sensazione di intimità, intensificata
da immagini di letti disfatti e avanzi di cibo, si riflette in un'evocazione del
quotidiano con una precisione claustrofobica, bilanciata da paesaggi sbiaditi
che ricordano gli acquerelli della pittura romantica.
Echi vuoto elegiaci richiamano al paesaggio come specchio
dell'anima, mentre la crudezza e la granulosità delle fotografie impediscono di
strisciare verso il sentimentalismo. La nudità rappresenta la congiunzione tra identità
e differenza, il simbolo della sempre elusiva presenza dell'altro, che Engström cerca di afferrare. Nella sua
opera più recente, il libro "CDG / JHE" (2007), Engström ricorre a un linguaggio visivo più sobrio, a
tratti minimalista. Sessantasei immagini
di Parigi Charles de Gaulle (il cui codice di volo è "CDG) dai colori
tendenti al grigio, come se polvere o fumo fossero caduti sulla scena.
L'aeroporto deserto,
allora, diventa un limbo, uno posto sospeso nel tempo che non porta da nessuna
parte. Vi consiglio di dare uno sguardo
al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.


17:52







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