giovedì 8 marzo 2012

La fotografia di JH Engström

"Quello che cerco, è sempre una presenza. Nel cercarla,  vedo sempre i miei dubbi  rivelarsi.  Allora, è più semplice  accettare l’assenza della stessa.  Non tento di provare che cosa sia. Per fare questo, non ho ancora  abbastanza ricordi".
Un profondo senso di spiazzamento e incertezza pervade il lavoro di JH Engström. Il fotografo svedese è probabilmente uno degli artisti più importanti della scena scandinava. La sua fotografia fatta di esperienze personali e intimiste costruisce storie fotografiche dal sapore misterioso e affascinante. 
Nato nel 1969 in Svezia, assistente del fotografo Mario Testino nel 1991 a Parigi e del fotografo Anders Petersen nel 1993 a Stoccolma, JH si diploma nel 1997 presso il Dipartimento di Fotografia e Film dell'Univerità di Göteborg. Lo stesso anno pubblica il suo primo libro, "Shelter" (Bokförlaget DN, 1997) , una serie di ritratti di donne senza fissa dimora in un rifugio di Stoccolma. 
In questa serie, Engström prende le distanze dai cliché della fotografia socialmente impegnata, dando vita a immagini che descrivono i senza dimora non come disadattati da compiangere, quanto piuttosto come incarnazione metaforica della stessa condizione umana. 
Nel  1998 si trasferisce dapprima a Brooklyn e poi New York per lavorare al suo progetto "Trying to Dance".  La serie è un meraviglioso mix di paesaggi, ritratti, autoritratti, nudi ed interni. Un libro senza una chiara chiave narrativa, che assume  il significato in ogni singola immagine.
 Un flusso visuale, sotto forma di monologo, di frammenti di tempo che passano inesorabilmente. L'impressione è di avere a che fare con ricordi, piuttosto che con immagini documentarie. JH Engström spazia con estrema libertà  dal bianco e nero al colore.
Il desiderio sessuale, che pervade la serie, diventa espressione della fondamentale solitudine umana. La sensazione di intimità, intensificata da immagini di letti disfatti e avanzi di cibo, si riflette in un'evocazione del quotidiano con una precisione claustrofobica, bilanciata da paesaggi sbiaditi che ricordano gli acquerelli della pittura romantica. 
Echi vuoto elegiaci  richiamano al paesaggio come specchio dell'anima, mentre la crudezza e la granulosità delle fotografie impediscono di strisciare verso il sentimentalismo. La nudità rappresenta la congiunzione tra identità e differenza, il simbolo della sempre elusiva presenza dell'altro,  che Engström cerca di afferrare. Nella sua opera più recente, il libro "CDG / JHE" (2007), Engström  ricorre a un linguaggio visivo più sobrio, a tratti minimalista.  Sessantasei immagini di Parigi Charles de Gaulle (il cui codice di volo è "CDG) dai colori tendenti al grigio, come se polvere o fumo fossero  caduti sulla scena. 
L'aeroporto deserto, allora, diventa un limbo, uno posto sospeso nel tempo che non porta da nessuna parte. Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.

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