"Chi sono io? La risposta a queste domanda non è molto importante,
perché la domanda stessa è più interessante di qualsiasi risposta. Vorrei
saperne di più di me stesso e degli altri, dei sogni, degli incubi, le ferite e i ricordi che ci assillano. La fotografia è
una sorta di filosofia che riesco a trovare dentro di me. Non è una religione,
anche se suona come se lo fosse. La fotografia è incontrare le persone in un
viaggio per capire me stesso".
La fotografia di Anders Petersen è ossessionata dall'essere
umano, dall' enigma che lo accompagna e dalla solitudine e la profondità dei
sentimenti. Immagini avvolte da una sorta di tristezza poetica, dove la morte appare sempre presente, pronta a sbucare e farsi largo per prendere il sopravvento della scena.
Noto per la sua capacità
di trovare un linguaggio comune con perfetti sconosciuti, il fotografo svedese riassume perfettamente la sua peculiarità:
"Io so che per fare buone foto è necessaria la giusta distanza, devo avere
un piede dentro e un piede fuori, il mio problema è che, alla fine, ho sempre
due piedi dentro!".
Anders Petersen è nato nel 1944 a Stoccolma, in Svezia.
Studia fotografia con Christer Stromholm presso la
scuola di fotografia di Stoccolma. Strömholm da maestro diventa un grande amico di
Petersen, accompagnandolo nel tragitto personale e fotografico. Nel 1967, inizia
a fotografare le notti tra prostitute,
travestiti, ubriachi, amanti e tossicodipendenti in un bar di Amburgo, chiamato
Café Lehmitz.
Un progetto che dura tre anni che dà vita ad un libro pubblicato otto
anni dopo, nel 1978, da Schirmer / Mosel in Germania, comparso in Francia nel
1979 e in Svezia nel 1982, che viene considerato fondamentale
nella storia della fotografia europea. Anders redige un ritratto commovente di
una umanità alla deriva, rivelandone attraverso l'intensità delle sue immagine, non solo le situazioni di
emarginazione, quanto piuttosto i sentimenti sommersi.
Eletto Photographer of
the Year al Recontres d'Arles nel 2003, Petersen insegna prima presso la scuola di Christer Stromholm e poi diventa direttore della Scuola di
Fotografia e di cinema di Göteborg. Petersen prosegue la sua indagine nelle
carceri, nei manicomi e nelle case per anziani. Per un lungo periodo, vive in
una prigione di massima sicurezza per fare le fotografie del libro Fangelse (1984).
Il
lavoro del fotografo svedese, si caratterizzata per l'uso di un bianco e nero contrastato.
Fotografa con una Contax T3, un obiettivo 35 mm e pellicole con sensibilità ISO 400, rivelando egli stesso il materiale
scattato.
Il corpo di lavoro, spesso
duro, ma sempre poetico, ci costringe a riflettere
su situazioni e persone che la maggior parte di noi di evita a priori,
focalizzandosi sulla tenerezza, la
bellezza e l'umanità comune che ci contraddistingue. Al di là delle differenze, le persone risultano
unite dal filo comune dei sentimenti. Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.


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1 commenti:
sinceramente???mi fanno un po' paura!
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