mercoledì 28 marzo 2012

La fotografia di Anders Petersen

"Chi sono io? La risposta a queste domanda non è molto importante, perché la domanda stessa è più interessante di qualsiasi risposta. Vorrei saperne di più di me stesso e degli altri, dei sogni, degli incubi,  le ferite e  i ricordi che ci assillano. La fotografia è una sorta di filosofia che riesco a trovare dentro di me. Non è una religione, anche se suona come se lo fosse. La fotografia è incontrare le persone in un viaggio per capire me stesso".
La fotografia di Anders Petersen è ossessionata dall'essere umano, dall' enigma che lo accompagna e dalla solitudine e la profondità dei sentimenti. Immagini avvolte da una sorta di tristezza poetica, dove la morte appare sempre presente, pronta a sbucare e farsi largo per prendere il sopravvento della scena. 
Noto per la sua capacità di trovare un linguaggio comune con perfetti sconosciuti, il fotografo svedese  riassume perfettamente la sua peculiarità: "Io so che per fare buone foto è necessaria la giusta distanza, devo avere un piede dentro e un piede fuori, il mio problema è che, alla fine, ho sempre due piedi dentro!". 
Anders Petersen è nato nel 1944 a Stoccolma, in Svezia. Studia fotografia con Christer Stromholm presso la scuola di fotografia di Stoccolma. Strömholm da maestro diventa un grande amico di Petersen, accompagnandolo nel tragitto personale e fotografico. Nel 1967, inizia a fotografare le notti tra prostitute, travestiti, ubriachi, amanti e tossicodipendenti in un bar di Amburgo, chiamato Café Lehmitz.
Un progetto che dura tre anni che dà vita ad un libro pubblicato otto anni dopo, nel 1978, da Schirmer / Mosel in Germania, comparso in Francia nel 1979  e  in Svezia nel 1982, che viene considerato fondamentale nella storia della fotografia europea. Anders redige un ritratto commovente di una umanità alla deriva, rivelandone attraverso l'intensità  delle sue immagine, non solo le situazioni di emarginazione, quanto piuttosto i sentimenti sommersi.
 Eletto Photographer of the Year al Recontres d'Arles nel 2003, Petersen insegna prima presso la scuola di Christer Stromholm e poi  diventa direttore della Scuola di Fotografia e di cinema di Göteborg.  Petersen prosegue la sua indagine nelle carceri, nei manicomi e nelle case per anziani. Per un lungo periodo, vive in una prigione di massima sicurezza per fare le fotografie del libro  Fangelse (1984). 
Il lavoro del fotografo svedese, si caratterizzata per l'uso di un bianco e nero contrastato. Fotografa con una Contax T3, un obiettivo 35 mm e pellicole con sensibilità  ISO 400, rivelando egli stesso il materiale scattato.  
 Il corpo di lavoro, spesso duro, ma sempre poetico,  ci costringe a riflettere su situazioni e persone che la maggior parte di noi di evita a priori, focalizzandosi  sulla tenerezza, la bellezza e l'umanità comune che ci contraddistingue.  Al di là delle differenze, le persone risultano unite dal filo comune dei sentimenti. Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa della sua opera.

2 commenti:

✿Tina✿ ha detto...

sinceramente???mi fanno un po' paura!

Claudio ha detto...

Meravigliose. Non so che aggiungere.

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