giovedì 30 giugno 2011

Flor Garduño - Maestri della fotografia

“A livello simbolico, le strutture che ho creato per le fotografie, vogliono rappresentare le limitazioni entro cui, tutt'oggi, la donna si muove, soprattutto in campo professionale. Ma anche le vie di fuga che comunque esistono come possibilità reali”.
Flor Garduño è considerata una delle più importanti figure della fotografia latino-americana contemporanea. La sua forza espressiva racchiude elementi riconducibili al glorioso passato artistico messicano. Nata  il 21 marzo del 1957 a Città del Messico, Flor studia presso la Antigua Academia de San Carlos (UNAM), soffermandosi sulla ricerca degli aspetti strutturali della forma e dello spazio.
Dopo essere entrata in contatto con la fotografa ungherese Kati Horna, rinuncia a terminare gli studi per lavorare come assistente di camera oscura per Manuel Álvarez Bravo.  Negli anni Ottanta viene contrattata dal Governo messicano per illustrare libri scolastici.
Il risultato del suo lavoro, ampliato con esplorazioni in Guatemala, Bolivia ed Ecuador, dà vita ad un libro di straordinario successo: "Witnesses of Time". Il mondo indigeno viene ritratto cercando  di rappresentare la dimensione temporale circolare  in cui vivono i gruppi nativi
Dopo la nascita della sua seconda figlia, Flor intraprende un nuovo percorso che la riconduce "alle origini", intese come radici dell'universo femminile, spesso rappresentate mediante la mitologia greca o cristiana, nella rappresentazione della fertilità. 
Attraverso le sue immagini traspare una figura femminile magica, circondata da una natura intensa e silenziosa. Tra gabbie, veli neri  e maschere che nascondono visi e corpi, viene fuori una donna che non può muoversi o svelarsi liberamente.
La fotografa, con  bianchi e neri suggestivi dalle forme equilibrate, rappresenta la femminilità nella sua essenza, una femminilità ancorata alla terra e alla semplicità del corpo.  L’opera dell’artista unisce il tempo contemplativo della messa in posa sul cavalletto, al tempo istantaneo capace di conservare.
Le fotografie di Flor Garduño  ricostruiscono un  ordine cosmico in cui ridare volto, nome e destino ai protagonisti di una storia dimenticata, sanando le ferite dolorose del tempo per mezzo della bellezza dell’arte.



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martedì 28 giugno 2011

La bellezza in fotografia

Se la bellezza sia essenziale o meno per realizzare delle buone foto è molto di più di una questione filosofica. Spesso si afferma che un "oggetto di bellezza" è qualsiasi cosa che riveli un aspetto significativo per la persona riguardo la "bellezza naturale". Molti credono che un bel soggetto sia di per sé arte. Credono, insomma, nelle virtù supreme del mezzo fotografico e nel fatto che il bello debba per forza diventare bello artistico. 
Tuttavia l’immagine fotografica non è mai una copia esatta di una determinata realtà, quanto piuttosto la trasposizione di una stessa. La tecnica, il punto di osservazione da cui il fotografo scatta, la sua visione di quel fatto e della realtà fenomenica o sociale che esso comporta, fanno sì che ogni immagine sia diversa da un'altra. In realtà un soggetto bello nella maggior parte dei casi può aiutare e facilitare il nostro mestiere, anche se a volte può indurci in distrazione. Più il soggetto sarà attraente o drammatico, più ci troveremo in difficoltà nel creare un’immagine migliore di quella che abbiamo davanti.
Analogamente la bellezza non è un assoluto, ciò che è bello per uno, può essere orrido per un altro. C'è però qualcosa che accomuna qualsiasi foto, alla resa dei conti e la rende per noi “bella”: la capacità di comunicare uno o più sentimenti. Potremmo allora sostituire l'aggettivo bello con l'aggettivo buono, nel senso di efficace, espressivo, atto a comunicare. Se è vero che esistono accorgimenti che riusciranno a rendere le nostre foto più interessanti, dobbiamo pur sempre considerarli come ingredienti per rendere il tutto unico. Facendo attenzione a considerare che il tutto è più della semplice somma delle parti. Credo, infatti, che il risultato di una buona immagine, non possa avvenire portando avanti pedissequamente fasi meccaniche secondo regole specifiche. Causa dell’insuccesso di molti fotografi è l’incapacità di vedere l’immagine nella sua totalità. 
A volte siamo così concentrati sull’aspetto tecnico da ignorare o da non prestare sufficiente attenzione nei confronti di due fattori di straordinaria importanza: il significato e la forma di presentazione. L’atteggiamento del fotografo e la sua sensibilità creativa consentono di scegliere tra una gamma illimitata di possibilità, la più adatta ad esprimere un punto di vista personale che trasmetta una data emozione. L’attuazione pratica dell’immagine che ci siamo preposti di fotografare, mediante una certa fotocamera, velocità, diaframma, ISO e inquadratura, rappresenta un procedimento meccanico che evolve più o meno inconsciamente da un perché che gli è subordinato.

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lunedì 27 giugno 2011

La Barcellona nascosta di Joan Colom

“Ho scoperto il Barrio Chino nel 1958 e ho capito che era il mio mondo. Ero affascinato dalla sua diversità e dalla ricchezza sociale ... sono stato risucchiato dalla qualità umana di questi personaggi”
Joan Colom è considerato come uno dei fotografi più importanti degli anni '50 e '60.  Le sue foto documentano la vita quotidiana di Barcellona caratterizzandosi per realismo e passione
Nato nel 1921 a Barcellona, Colom, di professione contabile, ogni fine settimana per parecchi anni ha esplorato il quartiere di Raval, conosciuto anche come “Barrio Chino”. Passando dalla Rambla e lanciando uno sguardo fugace nei vicoli di questo quartiere, si potevano intravedere le prostitute e i loro clienti, la gente di strada e gli ubriaconi, i ladri e i delinquenti che avevano fatto di questo Barrio la loro casa.
Joan Colom armato della sua Leica, che teneva all’altezza delle ginocchia  per passare inosservato, è riuscito, attraverso i suoi scatti, ad immortalarne l’essenza. Nelle sue immagini in bianco e nero risaltano le donne in attesa dei clienti, gonne sopra il ginocchio, capelli lunghi, tacchi a spillo, maglie e cardigan, vestiti stretti che denotano le curve pronunciate. Il fotografo spagnolo si è reso testimone del teatro sociale che gli si mostrava davanti riuscendo a cogliere l’autenticità degli attimi e dei gesti che lo caratterizzavano. 
Nelle sue immagini si intreccia l'avanguardia modernista degli anni Cinquanta, con la tradizione "dark" e pessimista della Spagna durante il franchismo. Il risultato è un corpo fotografico di enorme valore storico, sociologico e documentario. Colom che è stato uno dei primi fotografi a lavorare solo in serie fotografiche , ha ricevuto parecchi riconoscimenti. Tra i più importanti il Premio Nacional de Fotografía nel 2002  e la Medalla de Oro al Mérito Cultural concessagli  dal comune di Barcellona nel 2003.




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sabato 25 giugno 2011

Miranda Lehman: il fascino di non svelare

“Quando ero agli inizi, tutto era una fonte d'ispirazione. Era divertente guardare attraverso una macchina fotografica e fotografare qualsiasi cosa. Ora che l’arte è diventata la mia professione sento che le mie immagini sono ispirate da desideri molto specifici. In particolare, sono alla ricerca di una sensazione particolare che non riesco a descrivere completamente, che mi fa sentire come se fossi collegata con le parti più pure e selvagge di me stessa”.
Miranda Lehman è un’interessante fotografa e cineasta statunitense. Nata nel 1958 a Santa Barbara, in California, vive e lavora attualmente a Portland, in Oregon. La rappresentazione dell’uomo nelle sue varie sfaccettature è una costante di molti fotografi contemporanei. Miranda Lehman rapporta l’essere umano alla natura. 
Le sue immagini propongono dei ritratti di persone viste di spalle e alienate. I volti dei personaggi ritratti da Miranda sono volutamente nascosti per preservare il mistero del non svelare
In un'epoca dove tutti sembrano essere preoccupati dalla bellezza e dall'ostentazione della stessa, l’artista americana ci fa riscoprire il fascino del non detto. Le sue immagini, rigorosamente scattate in pellicola, dipingono paesaggi emotivi intriganti. Miranda Lehman crea un’opera suggestiva che riflette sulla sostanza della realtà. Più che come fotografa, Miranda gioca con le emozioni  come fosse una poetessa di immagini e combina il fantastico al mondano, l’incantevole alla semplicità.
I suoi lavori sono stati pubblicati in importanti  libri e riviste quali “The Collectors Guide to Emerging Art Photography”, “Vogue” e “Fjord Photo”. Nel 2008 la sua opera è stata esposta alla biennale di Helsinki. Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell'artista per avere una visione completa sulla sua opera.

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giovedì 23 giugno 2011

Rivoluzione fotografia: Lytro

Il mondo della fotografia digitale potrebbe presto vivere quella che può essere definita a tutti gli effetti una vera e propria rivoluzione. L’azienda Lytro, con base a Mountain View, promette di superare i limiti imposti da fotocamera e obiettivo, grazie alla tecnica della fotografia computazionale. In pratica Lytro promette di realizzare una fotocamera che cattura tutta la luce disponibile, creando poi l'immagine esclusivamente via software, anche per quella parte che nella fotografia attuale è affidata all'hardware, ovvero alla combinazione fotocamera/obiettivo. 
Tale tecnologia, che  prende il nome di “Light Field”, utilizza un sensore che registra luminosità, intensità e direzione di ogni singolo raggio di luce, salvando tali informazioni nella memoria della fotocamera e rendendole disponibili in seguito per una successiva modifica tramite software. Sarà cosi possibile agire, in un secondo momento, sui parametri come la messa a fuoco, la profondità di campo e  la possibilità di creare foto 3D. 
A questo link si trova una simulazione delle operazioni possibili. L’intero progetto affonda le proprie radici negli studi universitari di Ren Ng, CEO della startup, che da oltre 8 anni lavora alla realizzazione di un nuovo sistema in grado di aggirare le limitazioni imposte dalle caratteristiche tecniche delle fotocamere in commercio. Dai laboratori della Standford University si è passati a quelli di una vera e propria società pronta a tuffarsi sul mercato.



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mercoledì 22 giugno 2011

Riprendere video con le reflex

La divisione tra fotocamere e videocamere sembra essersi affievolita. Le principali reflex oggi in commercio, infatti, sono capaci di riprendere video in HD. Se si dispone di fotocamera con queste capacità le prestazioni video sono di livello molto elevato, ma richiedono la conoscenza di un linguaggio diverso da quello fotografico.
Per quanto simile ed affine, il linguaggio video si differenzia da quello fotografico, che implica il congelamento dell’istante nel tempo, in quanto la ripresa è una sequenza continua di immagini in movimento. Non tutti i fotografi possono, infatti, diventare dei bravi videomaker. Si richiede una certa pratica con le nuove tecniche e i nuovi accessori. Grazie all’impiego di sensori di grandi dimensioni e di ottiche  superiori a quelle in campo video semi professionale, capaci di garantire una resa favolosa nello sfocato,  possiamo realizzare  cortometraggi, filmini matrimoniali, documentari e reportage con un’importante riduzione di costi.
Tuttavia, la ridotta profondità di campo e l’inefficacia dell’autofocus durante le riprese rendono indispensabile l’impiego di alcuni particolari sistemi di ripresa. Le riprese video a mano libera causerebbero un movimento eccessivo. Possiamo utilizzare un treppiedi a testa fluida , che consenta movimenti dolci e progressivi.  Inoltre, se desiderassimo dare dinamicità alle nostre riprese seguendo il soggetto nel movimento si rende necessario l’utilizzo di specifici accessori come il rig, composto da due impugnature ed un supporto a spalla o il Jib, un sistema a braccio mobile con contrappesi  per posizionare o spostare il sistema di ripresa dal basso verso l’alto e viceversa.  I microfoni integrati nelle fotocamere sono di qualità sufficiente a riprese casalinghe.

Qualora volessimo implementarne la funzione possiamo dotarci di microfono esterno stereofonico per riprese in ambiente e monofonico direzionale per registrazioni in asse con l’obiettivo. Se ci volessimo dedicare alle interviste  ci possiamo dotare di un microfono lavalier, uno di quei piccoli microfoni che si attaccano al bavero della giacca.  Da un punto di vista tecnico, per evitare che il girato appaia impastato o a scatti si richiede un tempo di otturazione standard compreso tra 1/25 e 1/125 di secondo.
Ciò comporta che anche se chiudessimo al massimo il diaframma o diminuissimo la sensibilità ISO, potrebbe capitare che la luce che entra nell’obbiettivo sia ancora troppa. In questo caso è necessario montare un filtro a densità neutra (ND) sull’obiettivo  per procedere a un’attenuazione della quantità di luce in ingresso. Nell’ipotesi , invece, che la luce sia poca è necessario servirsi di appositi illuminatori.

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lunedì 20 giugno 2011

Eric Marrian: l'architettura geometrica del corpo

Eric Marrian è un fotografo francese che unisce con superba maestria le due anime artistiche della fotografia e della architettura, regalandoci un’insolita e stupefacente visione della sensualità. 
Nato nel 1959, Eric si forma come architetto. Passa alla fotografia nel 2003 e nel 2005 diventa membro e co-fondatore dell'agenzia fotografica Mata Hari. Nella serie "Carré blanc" si concentra sui dettagli del corpo femminile, in una continua ricerca di nuove geometrie e prospettive.
Il fotografo francese gioca con la nudità dei contrasti attraverso uno stile, dove la saturazione della luce permette di evidenziare il punto cruciale dell’immagine. La scelta del bianco e nero, con la netta prevalenza dei toni chiari, sottolinea, ancora di più, l'aspetto architettonico in cui le sinuosità del corpo sembrano quasi scolpite nel marmo.
Marrian limita l’inquadratura, tralasciando una visione intera per concentrarsi sul particolare. I paesaggi che scorrono lungo le morbide pieghe dei corpi, tra curve sinuose e secche, evidenziano la bellezza di ciò che è nascosto
Le fotografie di Marrian, mediante la semplicità, ritraggono in maniera sobria e delicata la bellezza del corpo come fosse un’opera d’arte, individuando e declinando  le linee  architettoniche delle sue forme. La serie “Carré Blanc”, vincitrice del  festival europeo di fotografia di nudo di Arles, è stata esposta in numerose gallerie europee (tra le quali: la Galerie Verdeau Rive Gauche, la Fundazione ERA di Mosca, la Maison Européenne de la Photographie).
Vi consiglio di dare uno sguardo al sito internet dell’artista per approfondire sulla sua opera.

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domenica 19 giugno 2011

"La Sardina" fototografica

Da particolare approccio alla fotografia basato sul non pensare minimamente alle regole compositive tradizionali e usare l’istinto per cogliere il momento, la Lomografia è diventata una vera e propria moda fotografica ( per approfondire l’argomento guarda il precedente articolo: cos’è la lomografia?).  
Lomography lancia una nuova fotocamera per pellicole 35mm standard dal curioso nome di "La Sardina”, che ricorda le tipiche scatole di sardine. Mentre il design de “La Sardina” è appariscente, le sue caratteristiche tecniche sono semplici ed intuitive per consentire ai nuovi arrivati di muovere i primi passi nella Lomografia ad agli esperti di sperimentare e giocare creativamente. Si tratta di una fotocamera super grandangolare con lenti in plastica (22 mm/f8)
Munita della famosa Funzione Rewind e Switch MX che caratterizza diverse macchine di casa Lomo, permette di effettuare esposizioni multiple, ovvero scattare una fotografia sopra ad un'altra. Le sue immagini regalano un effetto antico e dal gusto vintage, nel classico stile di Lomography. “La Sardina” presenta quattro versioni: El Capitàn e Fischers Fritze” munite di Flash (€ 89), Sea Pride e Marathon (€ 49). Il Flash montatosulla “La Sardina” è un nuovo modello che dà la possibilità di scegliere la potenza della luce emessa per consentire una regolazione dell’esposizione migliore durante gli scatti notturni.



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venerdì 17 giugno 2011

Mettere a fuoco un'immagine in fotografia

La fase di messa a fuoco consiste nella regolazione della distanza del gruppo-lenti dell'obiettivo dalla pellicola in modo che su quest'ultima sia proiettata un'immagine nitida dell'elemento prescelto. Con le fotocamere tradizionali, per una corretta messa a fuoco, si deve ruotare la ghiera presente sull'obiettivo, mentre in quelle dotate di autofocus (AF) è sufficiente premere a metà corsa il pulsante di scatto: lo spostamento del gruppo delle lenti, in questo caso, avviene grazie ad un piccolo motore elettrico.
Tutti gli obiettivi sono caratterizzati da una minima distanza di messa a fuoco, al di sotto della quale non è possibile ottenere fotografie nitide. I sistemi di messa a fuoco automatica (AF) si rivelano sempre piuttosto efficienti nonostante ciò esistono dei limiti per l'autofocus. Esistono due modalità di autofocus: l’ AF singolo, dove raggiunta la corretta messa fuoco, avviene il bloccaggio dello stesso; l’AF continuo, dove la fotocamera mantiene costantemente a fuoco i soggetti in movimento. Selezionando il programma "sport" la fotocamera si predispone automaticamente sull'autofocus continuo nonché sullo scatto motorizzato a raffica, mantenendo il soggetto costantemente nitido.
I problemi per l’autofocus sorgono quando il soggetto esce anche per un istante dal campo di lettura, in quanto l'obiettivo va a cercare il punto di messa a fuoco praticamente "a caso", quando un oggetto è frapposto alla nostra linea di messa a fuoco dell’immagine e in presenza di soggetti monocromatici, come un cielo coperto. Esiste, tuttavia, una casistica dove è consigliato l'uso della messa a fuoco manuale: 1) Poca luce: tutti i sistemi autofocus soffrono più o meno le situazioni nelle quali la luminosità ambientale è molto bassa, man mano che la luminosità diminuisce diventano particolarmente lenti e quando scende sotto una certa soglia, possono andare letteralmente in panne. 2) Close-up e Macrofotografia: le foto a distanza ravvicinata richiedono una grande precisione nella cura della messa a fuoco a causa della ridottissima profondità di campo. In questi casi  non sempre l'autofocus è in grado di restituirci il risultato voluto e rischia di essere ingannato  dalla presenza di oggetti presenti nel campo inquadrato. 3) Panoramiche: se facciamo una serie di foto da unire per ottenere una panoramica,  è bene che gli scatti abbiano tutti la stessa regolazione, non solo come diaframma ma anche come messa a fuoco, per evitare che si possano notare differenze nella sovrapposizione. 4) Iperfocale: ovvero quando vogliamo sfruttare la distanza di messa a fuoco che permette di estendere la profondità di campo dall'infinito alla metà di tale distanza ed è sempre riferita ad una precisa lunghezza focale e a una precisa apertura relativa di diaframma. 5) Foto d'azione: anche se i sistemi autofocus consentono la regolazione continua per seguire gli oggetti in movimento, spesso risulta preferibile regolare la messa a fuoco su un punto nel quale deve transitare il soggetto e scattare non appena entri nella zona prevista. 6) Primi piani: quando si fanno dei primi piani una regola generale da seguire è quella di  centrare con precisione la messa a fuoco sugli occhi; con la regolazione manuale avremo comunque un maggiore controllo su quale parte debba risultare perfettamente a fuoco. Di seguito un video tutorial molto interessante.



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giovedì 16 giugno 2011

Karen Knorr: favole fotografiche

Karen Knorr è nata a Francoforte nel 1954, ma ha vissuto a Puerto Rico, prima di concludere la sua formazione a Parigi e a Londra. Oggi insegna Fotografia all’University College of Creative Arts di Farnham.  
Affermatasi a livello internazionale con la serie "Gentlemen" (1981-83), un lavoro sui club maschili inglesi, ha sviluppato molte ricerche sui codici e i comportamenti dell’establishment della borghesia, sui passatempi dell’aristocrazia, sul rapporto tra patrimonio artistico e società (Country Life, Belgravia, The Venery, Capital, Spirits, The Virtues and the Delights, tutte raccolte nel ciclo Archives, 1976-1998).  
Da anni lavora sul rapporto tra natura e cultura (Connoisseurs,1986, Academies, 1994, Fables, 2003-2008, Muses and Avatars, 2009), con un approccio critico e ludico alla società contemporanea. Nella collezioneFablesl’artista mette in scena un mondo animale variegato che si impossessa con spontaneità e curiosità dei luoghi sacri della cultura umana: giraffe comodamente acciambellate nel foyer del Castello di Chantilly, lepri e tartarughe sguinzagliate per le sale del Musée Carnavalet o ancora cervi che si scontrano negli ambienti scarlatti del Castello di Chambord.
Knorr utilizza la fauna per esplorare con un tono a volte grave, a volte ironico, l’attitudine umana alla vanità, al desiderio e all’ambizione. Gli animali sono intrusi pacifici di un mondo che non gli appartiene. Le immagini che sembrano ispirarsi alle nature morte fiamminghe per la purezza dei dettagli, ritraggono composizioni a metà tra la realtà e la fantasia, che sfidano la morale e il conformismo accademico della fotografia moderna. Se ad un primo sguardo la fotografa tedesca sembra narrare realtà che assomigliano a favole di Esopo o Ovidio, ad un’analisi più approfondita ne ribaltano il fondamento classico, secondo cui l’animale è metafora di un comportamento o di una debolezza umana. 
La fauna profanatrice diventa un modo per mostrare la contrapposizione tra natura e cultura. Karen Knorr, con le sue immagini, immortala la vanità delle cose terrene, delle ricchezze accumulate, a confronto con la forza assoluta della natura. L’effetto straniante che caratterizza queste grandi immagini è ottenuto mediante sapienti montaggi grazie ai quali viene mescolata la fotografia analogica e la procedura digitale, per realizzare un’ idea estremamente fresca e visionaria. 
Gli animali, a volte vivi, a volte imbalsamati, oscillano tra vita e morte, spontaneità e messa in scena, realtà e artificio. Il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (Milano) fino al 12 settembre, presenta una mostra personale dell'artista tedesca, con ingresso gratuito, un’ottima occasione per scoprire dal vivo l’opera della fotografa.



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mercoledì 15 giugno 2011

Come fotografare l'eclissi di Luna

Si preannuncia magica la notte di questa sera. La Luna si vestirà di rosso in uno degli eventi più spettacolari che il cielo può offrire: un'eclissi totale. L'eclissi di Luna è un oscuramento del nostro satellite causato dal suo ingresso nel cono d'ombra proiettato nello spazio dal nostro pianeta. Tali eclissi si dicono parziali quando la Luna non entra completamente nell'ombra della Terra, totali quando la Luna è interamente oscurata
Durante l'eclisse del 15 giugno la Luna si troverà, infatti, fra le stelle della costellazione di Ofiuco, la tredicesima costellazione dello Zodiaco. Questa eclisse totale sarà l'ultima visibile in Italia fino al 2015. Il caratteristico colore rosso deriva dal fatto che la superficie del nostro satellite, pur essendo in ombra e dunque non illuminata direttamente dal Sole, riceve comunque una minima quantità di luce che filtra attraverso l'atmosfera terrestre. L'intensità e la varietà delle tinte dipenderà dalle condizioni di trasparenza dell'atmosfera: considerando il gran numero di eruzioni vulcaniche importanti registrate nelle ultime settimane (Grimsvötn in Islanda, Popocatépetl in Messico, Puyeye in Cile), che hanno disseminato enormi quantità di polveri nell'aria, si può ipotizzare che il filtro atmosferico sarà particolarmente intenso e questo potrebbe produrre colorazioni davvero spettacolari.
Allora pronti a fotografare questo avvenimento seguendo qualche consiglio a riguardo. Dovete ricordare che la luna non è ferma, ma si muove abbastanza velocemente. E’ consigliato scattare molte fotografie con diversi tempi di esposizione, visto che è impossibile prevedere in anticipo quale sarà la luminosità del satellite nelle diverse fasi dell'eclissi, che, rispetto a una normale luna piena, richiede esposizioni fino a mille volte più lunghe del normale. Di ogni immagine,  sarà meglio fare un paio di pose, sovraesponendo e sottoesponendo per poi magari utilizzarle per montarle in post produzione o procedere con la modalità HDR. Per ottenere una fotografia del disco lunare abbastanza grande è necessario l’utilizzo di un telescopio o di uno zoom di almeno 300mm. Una regola ci indica che per fotografare una normale eclissi lunare, la dimensione del disco sul fotogramma sarà pari alla lunghezza focale divisa per 110. Un normale apparecchio fotografico con un obiettivo da 50mm produrrà, quindi, un’immagine della Luna di appena 0,5mm circa. Collocare la macchina su un cavalletto garantisce movimenti legati alle vibrazioni che potrebbero rendere meno nitida la foto, tuttavia tempi di esposizioni superiori ai 4 secondi richiederanno un meccanismo di inseguimento, per compensare la rotazione terrestre.



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martedì 14 giugno 2011

Daido Moriyama: maestro giapponese della fotografia

“La superficie esteriore che appare ai miei occhi costituisce uno stimolo che scatena un impulso, una reazione. Io cammino per le strade della città con la mia macchina fotografica costantemente bombardato da questi stimoli. Con la mia macchina riesco a produrre una reazione a questa molteplicità di sollecitazioni e a rispondere a loro”.
Daido Moriyama è uno dei nomi più importanti ed innovativi del panorama fotografico contemporaneo. La sua indagine coniuga  la visione “documentarista” del reporter all’urgenza dell’espressione intimistica. Attraverso uno stile che ama l’impatto e detesta ogni compromesso estetico, il fotografo giapponese percorre le strade di una Tokio in continua trasformazione, tracciandone un personale cammino fatto di occasioni visive.
Nato a Ikeda-cho, Osaka, nel 1938, inizia a studiare disegno, per poi abbandonare  definitivamente la pittura in favore della fotografia. Diventa apprendista del grande fotografo  Takeji Iwamiya e nel 1961 si trasferisce a Tokyo per aderire al collettivo VIVO, promotore di una “nuova soggettività” in fotografia. Qui, dopo aver lavorato come assistente del maestro Eikoh Hosoe, nel 1964 inizia la carriera di freelance. 
Daido, “miglior artista emergente” nel 1967 per la Japan Photo-Critics Association, ricava dal maestro Hosoe non solo suggerimenti tecnici, ma anche la suggestione per cui la macchina fotografica sia  uno strumento privilegiato nella cattura dell’invisibile e nello specifico della memoria.
Inizia una fortunata collaborazione con il periodico Provoke (rivista di culto nell’ambiente della cultura della contestazione)  e tra gli anni Sessanta e Settanta produce i suoi lavori fotografici più famosi: “Japan: a photo theater”, “Scandal”, “Pantomime”, “Accident”, “Farewell photography”, “Hunter”.
Negli anni Novanta arriva il successo internazionale, che porta la sua opera in gallerie musei di tutto il mondo. Soggetti prediletti della fotografia di Moriyama sono le strade di campagna e le grandi vie urbane, semivuote o popolate da un’umanità pittoresca e decadente.
Immagini di vicoli nascosti e scorci attraverso i quali Moriyama non si limita ad osservare il mondo, filtrandolo mediante uno sguardo secco e crudo. I suoi scatti dannati, graffiati e sfocati, sovraesposti e sgranati, si fanno portavoce del malessere giovanile dell’epoca, in aperta contestazione con l’ipocrisia del sistema sociale e politico, mostrandoci un’idea del Giappone che pochi europei avevano.
L’opera di Moriyama non intende fornire risposte, ma indagare la realtà distruggendola, osservandone i singoli frammenti, per poi ricostruirla secondo un diverso ordine. Attraverso l’uso di un bianco e nero contrastato, che rimanda alla tradizione del fotogiornalismo giapponese, accentuando i  contrasti e i contorni  del mondo esteriore, Daido Moriyama si fa poeta dell’imperfezione, raccontando  le emozioni  esperienziali che trascendono ogni scatto.



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venerdì 10 giugno 2011

Porta tappo copri obiettivo: nuova invenzione

Dove tenete il tappo copri obiettivo quando fotografate? Lo avete mai perso o rischiato di perderlo? Arriva dagli Stati Uniti un’invenzione, tanto semplice quanto utile, che deve ancora ottenere il brevetto per la commercializzazione. 
Si tratta di un meccanismo per fissare alla cinghia della fotocamera il tappo copri obiettivo. L’inventore è lo statunitense Mark Stevenson che si è avvalso di Kickstarter una piattaforma per per far partire nuovi progetti. Si tratta di un piccolo accessorio in plastica da infilare nella tracolla e che consente di agganciare facilmente il proprio copri obiettivo per averlo sempre a portata di mano.
Con 15$ potrete diventare proprietari dell’esemplare quando inizierà la produzione. Inizialmente verranno prodotte 3 versioni per le seguenti combinazioni
• 52mm, 55mm, 72m e 77mm per Nikon, Pentax, Fujifilm, Sony, Pro-series
• 46mm, 58mm e 67mm per M4/3 per Canon e Nikon
• 40.5mm, 49mm e 62mm per M4/3 ed Olympus

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giovedì 9 giugno 2011

Simulare la profondità di campo con Photoshop

Uno dei problemi principali delle fotocamere compatte è il controllo della profondità di campo, che non è mai particolarmente preciso, soprattutto quando si teta di aprire troppo il diaframma.
La dimensione ridotta dell’obiettivo non consente infatti di far passare troppa luce, lasciando sempre una profondità di campo elevate. Per correggere questo difetto in postproduzione con Photoshop molti selezionano il soggetto, invertono la selezione e applicano il filtro sfocatura al resto. Tuttavia l’effetto risulterebbe artificiale. Nel video in basso viene spiegata una tecnica che si avvale dei canali per simulare la profondità della messa a fuoco.



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