lunedì 31 ottobre 2011

La fotografia intimista di Nan Goldin

"La fotografia mi ha salvato spesso la vita: ogni volta che ho passato un periodo traumatico sono sopravvissuta scattando. Il mio lavoro si basa sulla memoria. Per me è fondamentale avere un ricordo della gente che ho conosciuto, specialmente di chi mi è stato vicino, per consentirgli di vivere per sempre".
Si dice che la fotografia postmoderna, non tenda a ricreare il mondo, ma a crearlo. A produrre cioè una finzione parallela al mondo reale. La fotografia di Nan Goldin, invece, crede ancora nella capacità dell'immagine fotografica di rappresentare le verità e di indicare delle esperienze autentiche. 
Nata a Washington il 12 settembre del 1953 da genitori ebrei, appartenenti alla piccola borghesia, Nan cresce a Boston, dove frequenta la School of the Museum of Fine Arts
L’infanzia dell’artista americana è segnata dal suicidio della sorella maggiore Barbara Holly, all’età di diciotto anni. I genitori si rifiutano di accettare e raccontare l’accaduto sia all’esterno delle mura domestiche, per mantenere una certa rispettabilità, sia all’interno della famiglia, convinti che un simile atteggiamento possa aiutare la sopravvivenza famigliare. L’effetto ottenuto è l’opposto: Nan sviluppa un’ossessione verso la ricerca della verità, per quanto cruda e dolorosa ed inizia a utilizzare la sua visione artistica per documentare la vita
Trasferitasi a New York (1978), raggiunge la fama con “The ballad of sexual dependency”, opera realizzata selezionando e giustapponendo un consistente numero di diapositive a colori scattate in differenti periodi, accompagnate da una colonna sonora. 
L'obiettivo fotografico di Nan Goldin diventa parte integrante del corpo, in grado di registrare, senza alcuna censura, impressioni ed esperienze. Una fotografia che indaga morbosa e potente tra tossici, drag queen, donne pestate e scatti pieni d’amore. La fotografa americana dà vita a un monumentale documento visivo di ricordi e momenti di intimità
Sullo sfondo la malattia dell'AIDS, un sesso, che si mescola con elementi di lusso e miseria, lussuria ed innocenza. Nan corre la sua battaglia contro il tempo e contro la morte, cercando di preservare l’essenza di ciò che vive. Il suo percorso di maturazione segnato da esperienze limite, passa dalle sembianze dionisiache dei party newyorchesi, caratterizzati da una sessualità libera all'emancipazione dalla droga e dalle molestie del suo ex ragazzo. 
Un’artista che non lascia indifferenti, facendosi portavoce di un mondo underground e dannato, in cui, tuttavia, c’è spazio per valori universali di identificazione
Allora tra shock, voyeurismo e compassione, Nan tesse invisibili tele di empatia tra il soggetto fotografato e lo spettatore, esaltazione di un dialogo privo di veli, che mette a nudo con forza e senza reticenze l’eternità delle sensazioni.


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