martedì 14 giugno 2011

Daido Moriyama: maestro giapponese della fotografia

“La superficie esteriore che appare ai miei occhi costituisce uno stimolo che scatena un impulso, una reazione. Io cammino per le strade della città con la mia macchina fotografica costantemente bombardato da questi stimoli. Con la mia macchina riesco a produrre una reazione a questa molteplicità di sollecitazioni e a rispondere a loro”.
Daido Moriyama è uno dei nomi più importanti ed innovativi del panorama fotografico contemporaneo. La sua indagine coniuga  la visione “documentarista” del reporter all’urgenza dell’espressione intimistica. Attraverso uno stile che ama l’impatto e detesta ogni compromesso estetico, il fotografo giapponese percorre le strade di una Tokio in continua trasformazione, tracciandone un personale cammino fatto di occasioni visive.
Nato a Ikeda-cho, Osaka, nel 1938, inizia a studiare disegno, per poi abbandonare  definitivamente la pittura in favore della fotografia. Diventa apprendista del grande fotografo  Takeji Iwamiya e nel 1961 si trasferisce a Tokyo per aderire al collettivo VIVO, promotore di una “nuova soggettività” in fotografia. Qui, dopo aver lavorato come assistente del maestro Eikoh Hosoe, nel 1964 inizia la carriera di freelance. 
Daido, “miglior artista emergente” nel 1967 per la Japan Photo-Critics Association, ricava dal maestro Hosoe non solo suggerimenti tecnici, ma anche la suggestione per cui la macchina fotografica sia  uno strumento privilegiato nella cattura dell’invisibile e nello specifico della memoria.
Inizia una fortunata collaborazione con il periodico Provoke (rivista di culto nell’ambiente della cultura della contestazione)  e tra gli anni Sessanta e Settanta produce i suoi lavori fotografici più famosi: “Japan: a photo theater”, “Scandal”, “Pantomime”, “Accident”, “Farewell photography”, “Hunter”.
Negli anni Novanta arriva il successo internazionale, che porta la sua opera in gallerie musei di tutto il mondo. Soggetti prediletti della fotografia di Moriyama sono le strade di campagna e le grandi vie urbane, semivuote o popolate da un’umanità pittoresca e decadente.
Immagini di vicoli nascosti e scorci attraverso i quali Moriyama non si limita ad osservare il mondo, filtrandolo mediante uno sguardo secco e crudo. I suoi scatti dannati, graffiati e sfocati, sovraesposti e sgranati, si fanno portavoce del malessere giovanile dell’epoca, in aperta contestazione con l’ipocrisia del sistema sociale e politico, mostrandoci un’idea del Giappone che pochi europei avevano.
L’opera di Moriyama non intende fornire risposte, ma indagare la realtà distruggendola, osservandone i singoli frammenti, per poi ricostruirla secondo un diverso ordine. Attraverso l’uso di un bianco e nero contrastato, che rimanda alla tradizione del fotogiornalismo giapponese, accentuando i  contrasti e i contorni  del mondo esteriore, Daido Moriyama si fa poeta dell’imperfezione, raccontando  le emozioni  esperienziali che trascendono ogni scatto.



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