domenica 13 marzo 2011

L'eleganza di Frank Horvat - Maestri della fotografia

Oggi come all’inizio, la fotografia mi sembra allo stesso tempo troppo facile e troppo difficile. Troppo facile avere davanti a sé tutta la ricchezza del visibile, non dovere fare altro che premere l’otturatore per appropriarsene. Troppo difficile dover trovare, nel vertiginoso disordine delle possibilità, l’istante e il punto di vista unico in cui le cose si ordinano, per corrispondere rigorosamente, senza un dettaglio in più o in meno, all’archetipo che abbiamo in mente.
L’ordine è certamente una delle mie parole chiave. Ho un terrore viscerale dell’entropia, del disordine del mondo in genere e del mondo contemporaneo in particolare. Se c’è qualcosa che vorrei lasciare dietro di me, è un poco più di ordine, non oserei dire nell’universo, ma almeno nella piccolissima parte d’universo che posso inquadrare nel mio mirino.
Fermare potrebbe essere la seconda parola chiave. Il tempo, evidentemente. Fu certamente questa la mia prima e profonda motivazione, quando all’età di sedici anni ho scambiato la mia collezione di francobolli con un Retinamat di seconda mano. Questa illusione – di fermare il tempo premendo un otturatore – non ha niente di originale: è quella che ha fatto guadagnare centinaia di milioni di dollari agli azionisti di Kodak. È come una droga che comporta alti e bassi; a proposito di questi ultimi, potrei citare le migliaia di provini e di diapositive di cui traboccano i miei cassetti, che non oso né buttare né riordinare, un pò perché non amo sentire la polvere sotto le dita, ma soprattutto perché non sopporto l’idea di tutti questi istanti che non esistono più. 
La terza parola chiave - esito un poco a pronunciarla ma le cose non si possono spiegare senza di lei – è la grazia. Mi sono divertito a fare il conto: in cinquant’anni di vita professionale, con una media di un migliaio di rullini da 36 pose all’anno, il mio dito ha premuto l’otturatore più di un milione e mezzo di volte. A forza di impegnare la mia testa e le mie gambe, a forza di astuzie, di tecnica, di accanimento o testardaggine, sono riuscito abbastanza spesso a far coincidere, più o meno, l’immagine nel mirino con l’immagine potenziale, l’archetipo che avevo in mente. Ma ci sono alcune delle mie foto, non tante, forse cinquanta, al massimo cento, di cui so che non le ho fatte io: mi sono state donate. E sono probabilmente queste che meritano di essere trasmesse”.
Frank Horvat è uno dei più grandi fotografi viventi. Ha dedicato una vita intera alla fotografia nella continua ricerca del momento perfetto. Nacque nel 1928 ad Abbazia, a quei tempi facente parte del territorio italiano (oggi Croazia). Durante la seconda guerra mondiale frequentò il Liceo di Lugano. Finito il conflitto, si trasferì a Milano per frequentare l’Accademia di Brera e, poco dopo,  entrare  al servizio di un’agenzia di pubblicità. 
Nel 1949, con la sua «Rolleicord», diede inizio alla attività di fotografo freelance. Negli anni seguenti la sua professione lo portò a viaggiare in Pakistan e  India, per poi trasferirsi a Londra dove lavorò per la rivista Life, ed in altre città prima di stabilirsi a Parigi, dove entrò in contatto con i protagonisti della fotografia della prima metà del secolo: Henri Cartier-Bresson e Robert Capa.  Proprio Henri Cartier-Bresson  lo convinse a procurarsi una Leica e a intraprendere un viaggio di due anni in Asia. Le sue immagini in bianco e nero gli valsero i primi successi, come la partecipazione all’esposizione The Family of Man, al MOMA di New York. 
Fu fotografo dell’agenzia Black Star (dal 1953), per poi aderire tra il 1959 al 1961 all’agenzia Magnum. A partire dal 1957, Horvat applicò la sua esperienza di fotoreporter alla fotografia di moda, con uno stile più realista e meno manierato di quello delle riviste dell’epoca. Lavorò tra Parigi, Londra e New York, per le riviste più prestigiose, quali "Jardin des Modes", "Elle", "Glamour", "Vogue Italia", "Harper’s Bazaar" e la tedesca "Revue". 
Dal 1990 il lavoro di  Horvat si è convertito  allo strumento digitale, cominciando una nuova affascinante ricerca dove il fotografo esplora le meraviglie del quotidiano, all’opposto della tendenza, molto diffusa tra i fotografi dell’epoca di  mettere in risalto il superlativo e l’eccezionale. Le ultime opere  si caratterizzano per una tecnica raffinata ma discreta e per una grande ricchezza di riferimenti e di associazioni d’idee. 
La fotografia di Horvat deriva dall’istintività e dalla naturalezza nella scelta dell’attimo. Le sue immagini si fanno  interprete dell’eleganza e della raffinatezza della quotidianità attraverso il racconto della sensualità, del mistero e della poesia.  La profonda cultura artistica del fotografo riemerge nelle sue creazione attraverso la grandezza e l’abilità di ricercare emozioni in ogni contesto. Horvat ci ha raccontato il mondo della moda in modo libero, diverso dal solito, più naturale e per niente patinato. Tra i suoi scatti, nati da esperienze diverse e lavori diversi, resta sempre ben visibile la bellezza del momento, l’ordine delle composizioni e la luce artistica che le illumina.

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