mercoledì 15 dicembre 2010

William Eugene Smith: fotografia documentaristica con occhio artistico

A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento ?
William Eugene Smith è stato uno dei più grandi fotografi documentaristi. Nato a Wichita, in Kansas, il 30 dicembre del 1918 inizia a fotografare da giovanissimo. Tuttavia dei suoi primi scatti non rimane più nulla. Infatti, lo stesso Eugene Smith li brucia, anni dopo, ritenendoli troppo scarsi. Il padre si suicida nel '36, quando Smith aveva 18 anni. Inizia una collaborazione come fotoreporter per il giornale della sua cittadina e, nel 1936, viene ammesso alla Notre Dame University. Abbandonata l'università e trova lavoro con il settimanale Newsweek, da cui viene successivamente allontanato per aver rifiutato l’uso delle macchine Graphic 4x5.
Nel 1939 viene contattato dalla rivista Life con cui inizia una collaborazione come fotografo di guerra nel teatro bellico del Pacifico. Alcune delle immagini scattate durante queste operazioni divennero vere e proprie icone della seconda guerra mondiale. Il 23 maggio 1945 viene ferito al volto dall'esplosione di una granata: nei due anni successivi è costretto a dolorosi interventi.
Torna a collaborare con Life e realizza alcuni dei reportage più celebri pubblicati dalla rivista americana: su tutti "Spanish Village", in cui è raccontata una cittadina spagnola in pieno franchismo, "Country Doctor", narrazione fotografica dell'attività di un medico generico nella campagna america, e "Minamata", in cui fotografò i tragici effetti dell'inquinamento da mercurio in Giappone. Grazie all'interessamento di Ansel Adams, ottiene nel 1976 una cattedra all'Università dell'Arizona, ma una grave forma di diabete lo porta prima al coma e successivamente alla morte nel 1978. In mezzo due matrimoni e due divorzi, depressione, alcolismo e bancarotta finanziaria.Oggi, l'eredità di Smith rivive attraverso un Fondo monetario commemorativo per promuovere la “Humanistic. Photography”.
Le sue fotografie si caratterizzano per un bianco e nero sporco ed intenso come pochi. Un rapporto conflittuale con editori e riviste caratterizza la sua vita. Da una parte una indiscussa genialità creativa, dall’altra sistematici ritardi nelle consegne e richieste di assoluta autonomia nel realizzare i report. Crede in una funzione etica del fotogiornalismo e per raggiungere il suo scopo sente il bisogno di una autonomia professionale piena, che comprenda anche la scelta delle foto da pubblicare, la loro sequenza e l’impaginazione. Le sue immagini raccontano il secolo trascorso con un rigore, un senso di unicità e completezza senza pari in altri autori.
Per Smith non è sufficiente realizzare il servizio; alla documentazione di aspetti crudi e dolorosi il fotografo statunitense ama sovrapporre una personale visione creativa, con esiti che elevano la condizione umana ad una dimensione epica. In aperto contrasto con una delle norme fondamentali del fotogiornalismo, non esita a ricostruire la scena, ad inserisce nella stessa stampa parti di fotogrammi diversi e ritocchi in camera oscura. Tutto ciò non al fine di produrre falsificazioni ma di ottenere una rappresentazione reale e realistica che coniughi la forza espressiva delle immagini con la narrazione letteraria. Sotto un documentario sul grande fotografo.





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